sabato 23 gennaio 2016

I Daya: un lungo amore per il rock


Sembra un pò la storia del film Blues Brothers: due fratelli che, in nome di Dio, tentano di rimettere insieme i pezzi di una band scalcinata dopo decenni. Non so in nome di chi i Daya abbiano rimesso in piedi la loro band, ma l'operazione sembra perfettamente riuscita come quella di Jake e Elwood.
Massimo lo aveva annunciato presentando il live della serata: Vi spareremo due ore di energia pura. Nemmeno il tempo di applaudire e parte un’ondata rock di quelle che non ti aspetti.
La band produce note, sudore e lacrime ininterrottamente, staccando pochi secondi tra un pezzo e l’altro, giusto il tempo per il frontman di introdurre il brano successivo, e poi giù con Rolling Stones, Hendrix, Led Zeppelin, ZZ Top, AC/DC e chi più ne ha più ne metta. Inevitabile e doveroso anche un omaggio al duca bianco con Rebel Rebel, nella quale i ricordi del passato si mischiano con  quelli di un presente più vivo che mai in una fredda serata potentina riscaldata dal sound energico di questi quattro scatenati rockers.
Certo l’immagine del cantante si sposa poco con le irsute barbe rock dei texani o con il lunghi riccioli biondi di Robert Plant, forse rimanda più alla compostezza del look di un David Sylvian, ma la musica che esce dal gruppo ha per fortuna assai poco di composto.
I Daya sono un concentrato di energia che si è fidanzato con il rock ma di nascosto strizza l’occhio al blues, per cui  ogni tanto si lasciano andare alle classiche dodici battute, addirittura con tanto di ospitata. Cooptatacome pubblico per l’occasione quasi tutta la redazione della Gazzetta del Mezzogiorno cittadina, cosa tutt’altro che scontata, a dimostrazione di quanto affiatamento ci sia non solo dietro le scrivanie di piazza Mario Pagano tra i redattori del più importante giornale lucano.
Tra il festante pubblico, presenze importanti (ed anche ingombranti) della cultura e dello spettacolo potentino, che partecipa sempre con grande passione agli eventi locali.
Bella la scena in cui Tony Vece, professione fotoreporter, nel clamore assordante della musica pesante che si diffonde nell’aria, sposta la pancia delicata di Peppe Centola dal raggio d’azione delle casse, sotto gli occhi di Pete Townshend, venuto a Potenza nascosto nel maglione di Gianluigi Laguardia.
Due ore filate di note sparate dalle chitarre e dalla batteria dei Daya direttamente nelle orecchie dei numerosi partecipanti alla reunion del Cincillà che nemmeno un mezzo guasto all’amplificatore è riuscito a fermare, tra portate di cibi e fiumi di prosecco e birra.
Una bella serata di festa, allegria, musica e incontri trasversali tra generazioni: osservavo con Zio Matteo con un certo sollievo che non eravamo i più anziani della festa.
Però, caro Massimo, la prossima volta, “My generation” degli Who ce la dovete proprio fare, non fosse altro che per omaggio non solo alla memoria di una band che merita l’olimpo del rock di tutti i tempi, ma anche per significare una bella continuità musicale e di amicizia tra i componenti di una band di periferia che non si arrende alle minacce del tempo.
Adesso che ci avete solleticato con una serie di hit famose del rock internazionale, siamo pronti ad ascoltare anche un po’ del vostro repertorio, sì proprio quello nato a Rione Verderuolo. 
Magari senza aspettare altri trent’anni.
Alla prossima.

martedì 19 gennaio 2016

La mia religione è il rock


Ma che sta succedendo al rock? Quanti dispiaceri ci deve ancora regalare questa vita ingrata per privarci di coloro che hanno accompagnato molti dei nostri viaggi e delle nostre serate, rendendocele migliori?
In una notte stellata, tipo quella dipinta da Van Gogh, ci saluta un altro immenso protagonista del rock mondiale, Glenn Frey, anima e fondatore degli Eagles assieme a Don Henley.
Personaggio carismatico e a tratti dispotico, famoso per aver composto musiche che hanno accompagnato generazioni, assieme a quell'altro genio di Henley, una voce che pare scendere direttamente da un'altra dimensione. I due sono stati i veri padri-padroni della band, fino al punto da alimentare dissidi interni tali da rischiare di far cessare più volte la vita degli Eagles.  Ad esempio uno dei litigi più famosi della storia del rock, Glenn lo ebbe con Don Felder, uno dei due chitarristi che aveva fatto l'assolo di finale di Hotel California (l'altro era Joe Walsh), insomma non proprio uno qualsiasi.
Felder reclamava spesso di voler essere anche lui a cantare qualche canzone, ma Glenn gli negava categoricamente questa possibilità, dato che non c'era voce migliore di quella di Don per tutta una serie di hit della band. I malumori sfociarono durante un live a Long Beach nel 1980 (un concerto che poi fu chiamato: Long night in wrong beach), Glenn, verso la fine del concerto, a microfoni aperti disse a Felder che, una volta terminato il live, gli avrebbe spaccato il muso. Infatti, nei sotterranei dell'arena si assistette a scene di inseguimento e scazzottate a stento arginate dalla sorveglianza. La cosa bella è che queste scene erano fatte direttamente dai protagonisti e non dai fan!
Insomma una band che, a causa della forte personalità dei suoi protagonisti, attraversò parecchie inquietudini interne. Al punto che, dopo quella tourneè del 1980, ebbero una delle tante crisi di convivenza musicale gli stessi genitori della band, Glenn Frey e Don Henley, che non sopportavano più nemmeno di vivere nella stessa città e si trasferirono in due punti opposti degli States. Dovendo registrare il live di quella torneè (Eagles Live, appunto) il produttore fu costretto a raccogliere le registrazioni dei due artisti a distanza e spiegò in una intervista che: "la perfetta registrazione delle armonie vocali è stata gentilmente concessa dalla Federal Express".
Ma dopo qualche anno le aquile ripresero a volare e a confezionare ancora successi, sfociati nell'ottimo The Long Run, dove ripresero a suonare rock ballads e intonare cori alla loro maniera, come se avessero appena iniziato.
Nel 1998 ebbero il più alto riconoscimento della loro carriera, essendo inclusi nella Rock and Roll Hall of Fame. Durante la cerimonia, per la prima volta, suonarono insieme tutti i membri della band (perfino Meisner e Leadon che avevano fatto parte del primo periodo) e fu un momento di grandissimo pathos.
Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo in Italia un paio di estati fa, e proprio stanotte, alla notizia della scomparsa di Frey, ho inviato un messaggio ai miei compagni di merende musicali, ai quali ho scritto:"abbiamo fatto appena in tempo".
Quel tempo che invece mi è mancato per assistere ad un concerto di un altro che ci ha lasciato prematuramente qualche giorno fa e che aveva occhi di colore diverso ma una capacità di innovazione non solo nella musica che gli umani ricorderanno per tutto il loro percorso sul pianeta terra.
Non sono particolarmente credente di entità extraterrene, penso che se dovessi scegliere una religione sceglierei il rock, e se dovessi immaginarmi di qui a una cinquantina d'anni, forse mi vedrei con altri vecchietti rimbambiti a discutere di quale band abbia significato di più per noi umani.



lunedì 18 gennaio 2016

Eppure ci manca sempre qualcosa.



Non è quello che si pensa comunemente.
La bellezza non è perfezione dei lineamenti, e nemmeno dei movimenti, non è la lunghezza delle dita o delle gambe, non è un naso piccolo e ben disegnato.

La bellezza è il ragazzo che aiuta la donna anziana a portare la spesa a casa senza che nessuno gliel'abbia chiesto, e poi vedere il sorriso della donna, sorpresa e ammirata non solo per il gesto, ma perchè ormai non lo fa più  nessuno. E' uscire dalla porta con un inchino mentre lei vorrebbe offrirgli qualcosa per ricambiare la cortesia, ma lui risponde: magari un'altra volta, e così dicendo le fa una promessa implicita che se dovesse ricapitare, la aiuterebbe ancora.

La bellezza è il contadino che torna a casa la sera stremato di fatica e con la schiena a pezzi che trova la moglie che gli fa trovare l'impacco di acqua calda, alloro, arnica e coriandolo per alleviarne la fatica. E poi cenano assieme, in silenzio, perchè è nel silenzio che si dicono le cose migliori.

La bellezza la trovi nel sorriso di un anziano che, mentre stai litigando con la tua ragazza, ti guarda e poi fa segno al cielo, e ti sta dicendo con gli occhi di fare altrettanto e tu capisci in un momento che non serve prendersela con lei per qualche stupida ragione, che è importante sapere godere delle piccole cose come una giornata di sole dentro un inverno freddo. E allora ti fermi per un attimo da quella improbabile litigata, e poi viene da sorridere anche a te e finisce tutto lì, e ti senti sciocco per aver iniziato quella discussione. E la abbracci.

Ecco cos'è la bellezza.

La bellezza è una situazione perfetta, non un corpo perfetto.


mercoledì 13 gennaio 2016

Senza occhi e scheletri ammuffiti


Un giorno, tanto tempo fa, successe qualcosa che scosse molte coscienze. Qualcosa che rimane ancora appesa nell'armadio dei ricordi, là dove in genere conserviamo qualche scheletro ammuffito.
Quel ricordo fu alla base di una serie di riflessioni che alcuni cittadini sentirono il bisogno di condividere, e io ne trassi spunto per un metaforico racconto.
A distanza di anni il ricordo, gli scheletri e la rabbia sono sempre dentro quell'armadio. Attendono che qualcuno faccia pulizie, che li porti fuori da quella polvere, che torni a far loro respirare luce.
Già, luce. Una mia amica che curò la prefazione di quel romanzo, adottò proprio questo termine per significare un sacco di cose, alcune delle quali non fui in grado di capire in tutta la loro profondità. E forse non ne sono in grado neppure oggi.
"Senza occhi non si vede. Pure la luce si respira. Senza occhi lo sguardo è inanimato. Pure racconta di Sé. Senza occhi è averli chiusi, e messi in tasca. Ma, se chiudi occhi non vedrai. Se chiudi occhi è perché hai visto. Se chiudi occhi, il buio duella col giorno anche quando è notte, e perde.
Perdendo la sua compostezza, accetta la resa e abdica alla luce. La luce della verità. E della sua prepotente inevitabilità. Questa è una storia. E questa storia è una storia d’amore. La storia d’amore per la verità innamorata della luce. Non già dei presunti brandelli luminosi scovati e messi in scena per costruire il vero dei fatti e delle trame, ma, piuttosto, amante di quelle lievi carezze che le cose ti fanno per mostrarsi naturalmente reali e libere da improvvisati tranelli accomodanti; libere da quell’inganno che, incarnandosi nello sguardo scorretto, partorisce simulazioni e polvere.
Così, questa è la storia d’amore per la verità che, amando la libertà, non sa (e non può) fare senza.
Una storia che parla sottovoce, che imbarazza, che disarma e che commuove. Una storia che ha un’anima, e che ti acchiappa l’anima. Pagina dopo pagina, il fiato è trattenuto, gli umori mescolati, l’aria di famiglia innervata: merito del gioco artistico condotto da chi, come Dino, ha il pregio di saper con maestria, sensibilità ed eleganza stilistica, mescolare il mazzo, distribuire le carte, comporre e ricomporre un fascinoso puzzle che seduce, disvelando gradualmente, e direi sorprendentemente, l’orizzonte di senso, cuore, carne e sangue della narrazione.
Avvolta nelle pieghe di una vicenda sentimentale che si snoda e vive traversando, e superando il provincialismo dei luoghi e l’apatia di chi, indifferentemente, tace accettando, la trama interseca le trame, sfida la logica dispettosa delle temporalità e incrocia, ancora, la coppia protagonista: libertà e
verità si tengono per mano. Sempre. L’accesso all’una prevede l’incontro con l’altra: vicendevolmente, e strette in un disincantato girotondo alterno, disegnano percorsi frastagliati e traiettorie niente affatto stabili, invocano il tempo, inducono ad imitare il gambero e ad indietreggiare per tenere il punto, aprono al frequente colpo di scena, accendono i sensi, incrociano la vita, ed anche la morte. Quasi faticoso stargli dietro! Già, faticoso e pericoloso e rischioso.
Libertà e verità hanno un costo. Insostenibile quando l’animosità non è dotata dell’optional coraggio. Quel coraggio che fa i conti con i conti, e se ne infischia delle perdite di stime.
Dino ci provoca riuscendo nell’intento: ci guarda negli occhi e chiede ai nostri di tornare al loro posto. È una storia, questa, che si ama ad occhi chiusi".
Grazie, Angelica Iacovino.

VIDEO SERVIZIO RAI

domenica 3 gennaio 2016

Dai Palmenti a Palazzo Ducale.

Non sono molti i posti nei quali è possibile fare più cose completamente diverse tra loro.
Chi penserebbe mai che, ad esempio, su uno stesso insediamento, si può ballare, fare il vino e diverse altre manifestazioni artistiche, musicali, culturali? 
Ebbene, questo luogo sono i Palmenti di Pietragalla. Sono circa duecento (ma c’è chi dice che in passato erano molti di più, poi soppiantati per far posto ai soliti insediamenti civili chiamati abitazioni), nei quali si possono fare alcune di queste cose.
Fare il vino resta sicuramente quella principale. Oggi ci sono famiglie che ancora lo fanno lì. Ma anche se molti palmenti sono abbandonati, resta questo mirabolante esempio di architettura contadina lì, alla fine del paese e all’inizio di un tornante che fa un otto, proprio come quelle piste elettriche con tanto di modellino di macchinina da corsa con cui giocavamo da bambini.
Parlando con amici del posto ci spiegano mille segreti sul borgo. E sul vino, sono tutti concordi nell’affermare una verità che non troveremo da nessun libro di storia né di cultura locale: “il nostro vino è meglio dell’Aglianico”. Ora, non so se vi rendete conto di quello che state dicendo. State affermando – anche con una certa sfrontatezza, lasciatemelo dire – che il “vostro” vino, sì, proprio quello che si faceva (e ancora si fa) in queste costruzioni dai tetti arrotondati scavate nel tufo della campagna pietragallese, è migliore di uno dei più famosi ed apprezzati vini mondiali. 
Ripetono, senza alcuna possibilità di smentita, che è proprio così, che loro forse avranno pure sbagliato il marketing, il lancio e la promozione del prodotto, ma se parliamo di qualità del vino, beh, sono pronti a fare qualunque prova. E spiegano che certi vitigni hanno delle caratteristiche uniche ed irripetibili che fanno di quel vino un prodotto che non teme confronti.
Poi ci portano a vedere da vicino quelle che nel loro dialetto chiamano i Rutt (suppongo che la traduzione possa essere "le grotte" per via dell’ubicazione sotto la strada, ma potrebbe anche essere una deduzione priva di fondamento). Nei Rutt si custodiscono botti un tempo innaffiate da quel vino meraviglioso di cui sopra.
Questa è stata la seconda sorpresa (la prima erano stati, appunto, i palmenti).
Poi arriva la terza: un Palazzo Ducale che dire solo che è bello vuol dire prenderlo a schiaffi.
Avendo ciascuno di noi avuto modo di vedere altri due o tre posti nella vita, quando ti trovi di fronte al Palazzo Ducale di Pietragalla, prima di procedere a fare i confronti strutture che hai visto nel passato, ti viene in mente una cosa: che noi, da queste parti, la promozione delle nostre bellezze non la sappiamo fare. Una costruzione che risale al 1500, con una tale bellezza architettonica da far impallidire molte delle cose che ci sono rimaste impresse nella memoria, con la differenza che per ammirarle avevamo percorso centinaia – a volte migliaia - di chilometri, mentre questa perla sta a un tiro di schioppo da Potenza. Una costruzione che è, al tempo stesso, castello e dimora gentilizia, con due balconate sorrette da imponenti archi di pietra sulla parte anteriore e finestre bifore sulla parte interna che richiamano palazzi di una importanza artistica che sarebbe vano scomodare, per non rischiare di passare per folli campanilistici visionari. Eppure tant’è.
Gli amici ci spiegano poi, accompagnandoci step by step, che il borgo si snoda a partire da questo palazzo che fa da porta principale al paese, in un complicato intrigo di vicoli che formano una specie di raggiera, conducendo tutti verso il corso principale posto all’esterno del  palazzo. 
Una piccola Venezia che, anziché essere costruita sulla laguna, è stata fatta sul tufo. A proposito di tufo: le costruzioni erette su questa pietra particolare non hanno affatto risentito del sisma del 1980 (il Big Bang dell’edilizia regionale), dimostrando che il tufo resiste ai terremoti meglio della roccia . Un’altra di quelle verità che non ti saresti mai aspettato. Come quella del vino, insomma.
La cultura locale è ben viva e rappresentata, tra gli altri, da una compagnia teatrale che, con una professionalità da far invidia agli attori famosi, mette in scena il classico: "Natale in casa Cupiello". Visto il periodo sembra anche normale. Ma il pubblico che affolla una sala del Palazzo Ducale appositamente allestita da volenterosi cittadini come se fosse un piccolo teatro è talmente numeroso da “costringere” la compagnia a fare delle repliche non previste.
Quando si respira vita, cultura, partecipazione alla vita di un borgo, e voglia di condividere delle esperienze sociali, ecco cosa salta fuori.
Prendi un palazzo del 500, degli antichi insediamenti caratteristici, una comunità attiva e partecipe, delle persone di buona volontà, un pizzico di talento, spirito di sacrificio quanto basta, ed il mix è pronto. Ed è tremendamente contagioso. È così che nasce la cultura.
Grazie a Vito e Paola, a Giovanni, e a Gabriella.

Un piccolo video-omaggio al piccolo borgo lucano QUI



domenica 27 dicembre 2015

L' inderogabile importanza dell'uso della parola


Sono un appassionato di parole. Ne costruisco frasi, pensieri, a volte - se proprio mi riesce - ne faccio racconti.
Come molti, osservo il viaggio delle parole nel tempo e devo dire che non sono entusiasta di dove stanno andando, tutte così di corsa, quasi che non abbiamo più il tempo per soffermarci su ciascuna di esse, per conoscerle meglio.
La parola è il mezzo che usiamo per fare in modo che le immagini che abbiamo nella testa si possano trasformare in immagini nella testa di chi ci ascolta. Quell'immagine è esattamente quella che cambierà il nostro mondo, che ci arricchirà oppure ci impoverirà, a seconda dell'effetto manipolatore di chi ha pronunciato ha pronunciato quella parola per raggiungere l'effetto desiderato.
Ma l'operazione di capirsi esattamente per quello che si vuol dire è tutt'altro che semplice, perchè molte parole, durante il loro viaggio nel tempo, hanno perso il loro significato originario e alcune lo hanno modificato profondamente, fino a smarrirne i contorni, e tutto questo rende sempre più complicato comprendersi.
Forse per questo, quando abbiamo un lapis a nostra disposizione, alla parola detta preferiamo fare un disegno dell'immagine che abbiamo nella testa: così è più facile capirsi.
Prendiamo per esempio la parola "rottamazione": fino a qualche anno fa si faceva largo nella nostra testa l'immagine di una macchina vecchia e arrugginita, oggi ci viene in mente D'Alema.
Oppure l'espressione "missioni di pace". Qual è l'immagine che scatta quando sentiamo la parola: missioni? Una spedizione in Africa (sì, ci sono anche altri continenti, ma il missionario che ci viene in mente va sempre a prestare la propria opera in Africa). Ben difficilmente all'espressione suddetta ci vengono in mente aerei che lanciano bombe o innocenti che vengono uccisi, e questo produce nel nostro cervello dei veri e propri cortocircuiti.
Che sta succedendo?
Ci stanno cambiando le carte in tavola, e questi piccoli cambiamenti partono proprio dal sovvertire l'uso delle parole, ovvero il  mezzo più comune che abbiamo per comunicare efficacemente.
Partendo dalla scuola, dovremmo forse tornare a manipolare le parole, a fare esercizi di destrezza per poterle usare meglio, un pò come fanno i giocatori di calcio quando fanno gli esercizi al muro con la palla, colpendola in vari modi per acquisire maggiore capacità nel trattamento.
In fondo la palla per i giocatori ha la stessa funzione che ha la parola per comunicare: non a caso quando i giocatori eseguono una fitta rete di passaggi, i cronisti hanno inventato il termine: "fraseggio".
Ridare alle parole il significato esatto è una sfida da iniziare subito, se non vogliamo perdere completamente il controllo di ciò che succede intorno e restare vittime dei manipolatori delle parole (e delle immagini che si producono nel nostro cervello) capendo sempre di meno del mondo che ci circonda e che si allontana sempre di più dalla nostra esatta comprensione.
Termino con un VIDEO  che reputo incredibile e straordinariamente sintetico rispetto all'uso corretto delle parole. Dura appena 1'47" ma rende meglio di qualsiasi "parola" quanto sia importante (decisivo) saper usare la frase esatta nelle varie circostanze che la vita ci pone davanti.
Don Milani, uno che se ne intendeva, diceva che "ogni nuova parola che impariamo è un calcio in culo in meno da parte dei borghesi".
Hasta la revolucion de las palabras!

Potenza, #festadellaparola 27 e 28 dicembre 2015



domenica 20 dicembre 2015

La città svelata. Potenza, 19 dic. 2015 Teatro Stabile


La città svelata. Ma direi anche: la città più consapevole. I racconti che sono stati immessi in questa pubblicazione sono tutti sinceri e schietti come il vino che abbonda sulle nostre tavole. 
Quelli che ci hanno messo la penna non hanno fatto una operazione di puro amarcord in salsa malinconia. I racconti sono stati scritti senza fare sconti e hanno messo a nudo un luogo che, forse per la prima volta, si svela per tutto quello che è nella realtà, con tante luci ma anche tante contraddizioni, emergenze, interrogativi.
Chi ha scritto, ha raccontato a volte le memorie di luoghi smarriti o nascosti in una città che aspira a diventare grande, ma inciampando spesso lungo il cammino, forse per la troppa fretta.
Altri hanno raccontato di persone che sono invecchiate o che non ci sono più e che rivivono nella narrazione con una luce diversa perfino da quella che hanno conosciuto quando erano in vita. È il potere della sublimazione del racconto, che fatalmente altera il reale per circondarlo di una cornice d’oro. Questi sono i racconti che meglio interpretano il senso profondo del libro: quello che tende alla riscoperta di una città che non è più quella di un tempo e che, proprio per questa ragione, va svelata per significare com’era a chi non l’abbia vissuta, o per farla rimembrare ai tanti che l’hanno conosciuta e l’hanno accantonata nella soffitta dei loro ricordi.
Poi ci sono altri racconti che invece si proiettano in un’operazione più funambolica, di fantasia e di irrealtà, pur mantenendo ovviamente i contatti con luoghi e personaggi esistiti realmente.
Durante la serata di presentazione del libro qualcuno ha detto che un luogo, fortificato dal racconto, è meglio in grado di resistere. Resistere è una parola dura. Fa pensare ad un’invasione, ed alla conseguente necessità di doversi difendere, con ogni mezzo. Io che sono un visivo, mi immagino il fortino della città attaccato da mille forze che vorrebbero sopraffarla, e al suo interno uno stuolo di cittadini che si armano come possono per non farsi prendere, per tenere alto il baluardo della difesa, mettendo muri di parole addossate alle porte d’ingresso.
Poi ecco che si materializzano, con una chiarezza quasi ultraterrena, un paio di simboli veri della resistenza, al di là di ogni mia più fervida immaginazione.
Mentre percorro a piedi Santa Maria per recarmi all’appuntamento con La città svelata, passo accanto a due negozi situati sotto al livello della strada, di quelli che per arrivarci devi scendere tre o quattro gradini. 
Dalla strada vedo un bimbo, cinque o sei anni, non di più, attaccato ad un gigantesco bancone di vetro a chiedere al negoziante qualcosa: il segno tangibile, in una immagine sola, di quanto si possa resistere al cambiamento anche mandando il proprio piccolo a fare la spesa al negozio sotto casa. 
Il secondo simbolo della resistenza, a pochi metri di distanza dal primo, si trova all’interno di una macelleria. Non ho visto il proprietario, ma nel camminare piano, mi è risultata chiara la scritta da lui realizzata con il nastro adesivo nero sul muro dietro il bancone, che simboleggia un altro tipo di resistenza, quella dall’invasione dei grandi centri commerciali e dalle catene della Grande distribuzione. In questo negozio, anch’esso posto tre o quattro gradini sotto il livello della strada, il macellaio aveva realizzato una scritta indirizzata evidentemente alla sua clientela che diceva: “SE MI LASCI NON VALE”.
Ho trattenuto quell’immagine dentro ai miei occhi sorridendo mentre procedevo, e pensando dentro me: ecco cosa vuol dire resistere veramente.
Ed ho pensato anche che forse il nome stesso del teatro di questa città sta a simboleggiare un destino che dovremmo cercare di preservare con maggiore convinzione.

giovedì 17 dicembre 2015

Avversione per l'espressione: "in qualche modo"



Mi fanno specie tutte quelle forme di espressione usate e riusate che finiscono con il diventare abusate, ovvero si adottano anche quando non ce n'è alcun bisogno.
Un po' come i "cioè": non servono per dare un contenuto ad una frase, ma perché non ci vengono altre parole. E fin qui.
Ma l'espressione suddetta mi provoca un certo fastidio anche per un'altra ragione.
Perché puzza lontano un miglio di quello che reputo uno dei maggiori difetti del popolo italiano: l'approssimazione.
Fa proprio parte della nostra natura la necessità 
ineluttabile di far quadrare i conti anche quando non si trovano mai. Ecco perché abbiamo inventato questa espressione. 
"Sì, è vero, gli immigrati non li gradisce nessuno, ma in qualche modo li dobbiamo accogliere, mica possiamo lasciarli morire in mare".
"La riforma del lavoro non è perfetta, ma in qualche modo andava fatta".
Ma che cazzo vuol dire "in qualche modo"?
Puzza proprio di quell'arte del compromesso di cui l'italiano è maestro, ma non quella nobile nella quale si rende necessario trovare un punto di mediazione tra vari punti di vista tutti qualificati, no: si tenta di rendere digeribile qualcosa di profondamente indigesto.
"Non mi piace questa minestra, ma in qualche modo la devo mangiare".
Se non ti piace, lasciala. 
Non farti influenzare dalla necessità di farti andare bene anche le cose che non ti piacciono. 
Ecco come ci stanno fregando. Attraverso l'uso delle parole ci fanno andar bene anche quelle situazioni che - in qualche modo - non gradiamo.
Ed è entrata talmente nel linguaggio comune che la tiriamo in ballo anche se non c'entra niente, anche se stiamo parlando di qualsiasi cosa, perfino di cose che sono l'opposto dell'approssimazione stessa: la matematica. Ovvero, anche quando parliamo di cose - per così dire - oggettivamente esatte, usiamo l'espressione tipica dell'approssimazione, rendendo quella cosa non più rigorosa. L'abbiamo castrata con le nostre stesse mani. Pardon, parole.
Siamo diventati anche nel linguaggio uno specchio sbiadito a cui affidare la nostra immagine peggiore. Ma non era questa l'era della comunicazione?

E se lo dice anche Sofri...

lunedì 14 dicembre 2015

Chiamatemi Ismaele



Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente - avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte aquorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione.

Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto: questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. 

Soltanto nell’assenza di terra risiede la verità più alta, senza rive, senza limiti, come Dio, 
e per questo è meglio morire in quell’immane infinito che ingloriosamente farsi gettare dal
vento a terra, anche se quello sarebbe l’unico sistema per salvarsi. Sarà vana tutta questa
agonia?, oh, terrore terribile. E allora coraggio, coraggio, Bulkington! Aggrappati al timone,
semidio. Il tuo trionfo balzerà verso il cielo, su dalla schiuma del tuo morire d’oceano
(H. Melville)
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Fin qui Melville. Ci sono poi delle musiche che da sole sostituiscono le parole, anzi sanno fare meglio di esse. Non importa cosa dicono e neppure cosa vogliono dire, ma l'orecchio che viene accarezzato da certi canti (non saprei meglio definirli, giacchè i termini melodie, o canzoni, oppure brani, non mi sembrano neppure da prendere in considerazione), insomma certi canti sembrano provenire da altri pianeti, e quando pensi ai pianeti pensi a dei globi posti al di sopra di noi, e sei portato a guardare in alto. Sicchè da una parte ti giunge questo canto, dall'altra alzi istintivamente il capo e lo sguardo a cercare quel luogo magico da cui proviene, infine gli occhi si arrendono al suono e si chiudono, poichè qualunque immagine che si frappone tra il suono stesso ed i timpani accarezzati sembra essere di troppo. 
Ed in quel posto lì ci vorresti restare giusto il tempo per capire quale Dio possa aver creato un simile miracolo.

venerdì 11 dicembre 2015

Il Segreto di Babbo Natale


Quando arrivò la sera del 24 dicembre Leonardo non riusciva a prendere sonno. Aveva sette anni e dal giorno di Natale dell’anno prima continuava a ripetere a se stesso che quello era un momento che non si poteva perdere.
La venuta di Babbo Natale dentro casa era un avvenimento troppo importante per lasciarselo scappare. Non era il regalo in sé, che pure aveva aspettato per alcuni mesi, ma il sonno non gli veniva perché troppo grande era il desiderio di vedere l’uomo più importante della sua vita dopo il padre, intrufolarsi in casa - non aveva ancora capito bene da dove - e lasciare qualche pacchetto per lui e suo fratello.
Un anno prima, era ancora troppo piccolo per capire. Era andato a letto la sera del 24 dicembre, dopo aver fatto gli auguri alla mamma ed al papà, e il mattino dopo aveva trovato sotto l’albero un pacco grande per il fratello maggiore e uno più piccolo dove c’era scritto il suo nome.
La mamma aveva dovuto fargli controllare che su quel pacco il nome fosse proprio il suo, che era veramente indirizzato a lui e che non c’era nessun errore. L’indirizzo era quello, la casa era quella, e quando Leonardo aprì il pacco, tutto contento di essere stato nei pensieri di Babbo Natale, trovò effettivamente quello che aveva chiesto. Aprì la scatola con le sue piccole mani, scartò prima l’involucro di carta con i disegni delle renne, poi il cartone che ricopriva il dono, non capì immediatamente come si facesse a farne uscire il contenuto.
Per quello che lo riguardava, il regalo poteva essere contenuto anche in una busta bianca di plastica, tipo quelle che la madre portava a casa dal supermercato, aprivi la busta ed uscivano caramelle, panini, e tutto quanto, senza troppe difficoltà.
E fu così che, da quel preciso momento, una domanda gli era scattata prepotente come il desiderio di riceverlo: come faceva Babbo Natale ad azzeccare tutte le case e tutti i regali per tutti i bambini che glieli chiedevano?
Così fin dal Natale passato questa domanda gli frullava per la testa, senza che riuscisse a trovare una risposta. Qualcuno gli doveva dare una mano.
Il giorno dopo, sperando di risolvere l’enigma, decise di chiedere al fratello maggiore. Pensò che lui, di ben tre anni più grande, certamente ne doveva sapere di più.
- Senti Michè, ma tu come te lo spieghi il fatto di Babbo Natale?
- Quale fatto Leonà?
- Cioè che Babbo Natale arriva puntuale a casa di tutti i bambini, non sbaglia mai un regalo, ma come fa? Pensa a tutti i bambini del mondo, ma qual è il suo segreto per arrivare in tempo a consegnare tutti i regalini?
Michele lo guardò, sorridendo, e non rispose e se ne andò senza dargli alcuna risposta.
Questo silenzio aumentò ancora di più la sua curiosità.
Cosa c’era in Babbo Natale che non si poteva sapere? Perché nessuno gli dava una risposta?
Da quel momento si mise in testa che doveva scoprirlo, e spesso chiedeva al padre o alla madre: Quanto manca per arrivare a Natale?
I genitori pensarono che il bambino facesse quella domanda per avere un altro regalo, non immaginavano nemmeno lontanamente che a lui non interessava tanto il dono di Natale: lui adesso voleva il regalo più grande: scoprire il vero Segreto di Babbo Natale!

mercoledì 25 novembre 2015

Uomini e donne sono diversi



Una delle cause che spiegano in parte i meccanismi di violenza sulle donne è rappresentata da un grave deficit di comunicazione fra i due sessi. Lo spiega bene Deborah Tannen, sociolinguista americana in questo saggio "Ma perchè non mi capisci?" (Sperling & Kupfer, 2004).
Uomini e donne sono diversi, ma sembra che di questo semplice principio non ci si sia ancora resi conto abbastanza.
Fin da piccoli, infatti, femmine e maschi sviluppano due approcci mentali al linguaggio e al suo utilizzo così differenti da rendere difficoltosa la comprensione reciproca.
Rendersi conto dell’esistenza di queste diverse modalità di comunicare eviterebbe giudizi affrettati, rimproveri e incomprensioni che, a volte, si trasformano nell’anticamera della fine di un rapporto sentimentale, oppure, come sappiamo, in atti di violenza vera e propria.
Valorizzare lo sforzo che l’altro sta facendo per essere solidale con noi renderebbe la comunicazione sicuramente più efficace e si trasformerebbe in uno strumento utile, oltre che per risolvere il problema in sé, anche per rafforzare il rapporto di coppia
Di certo c’è la necessità di rielaborare un mezzo – la comunicazione – che è un importante veicolo di intesa e di legame tra le persone e soprattutto con le persone dell’altro sesso.
E’ riduttivo presupporre che non esistano differenze negli stili di comunicazione. Queste differenze esistono, eccome! E nelle relazioni tra uomini e donne è anche necessario identificarle e capirle. E' l’unica strada per trovare insieme soluzioni a situazioni che possono diventare irreversibili, come spesso la cronaca ci racconta. 
Quando uomini e donne parlano tra di loro, ciascuno si attende una risposta precisa: la conferma delle proprie sensazioni.  Quando la risposta non è conforme alle aspettative personali, diventa un ostacolo. Subentra la rabbia, l’imbarazzo e, peggio ancora, la disapprovazione. 

martedì 10 novembre 2015

Se fossi geografia



Se fossi geografia sarei un’isola. Non un’isola grande, e neppure troppo vicino al continente, come la Sicilia, o facilmente raggiungibile da un’isola vicina, come la Corsica. Sarei un’isola sperduta in mezzo al mare, lontano dalla terraferma. Già la terraferma. Così si chiama il continente, infatti l’isola non è una terraferma, è una terramobile in balia delle onde del mare e non ha nessuna polizza di assicurazione contro il rischio di essere trascinata via dalla corrente, sta lì senza alcuna protezione, e il mare può farne quello che vuole, la può percuotere d’inverno oppure accarezzarla con la bella stagione, ma lei non se ne cura dell’umore del mare, della forza del vento, del rischio di essere spazzata via. Cazzuta e impertinente.
Se fossi geografia sarei un’isola impervia, non di facile attracco per le imbarcazioni, di porto non se ne parla proprio, perché vorrei stare lì, tranquillo, a rischiare di vivere la mia vita libera, senza i confini ristretti di chi ti sta troppo vicino, senza l'appiglio sicuro di una penisola e senza correre il rischio che uno si svegli una mattina e dica: andiamo un po’ su quell’isola.
Sarei un’isola dove, se decidi di venirci, non lo puoi decidere dalla mattina alla sera, lo devi pianificare per tempo, e prendere tutte le precauzioni, e sapere su quale lato dell’isola puoi attraccare, perché non tutti i lati sono favorevoli, e forse devi lasciare anche la barca un po’ più lontano e raggiungerla con una barchetta più piccola, dove al massimo ci vanno due, tre persone. Sarei un’isola piccina, però alla fine, sarei ospitale con quei pochi, pochissimi che dovessero decidere di affrontare il viaggio, l’attracco e la visita ad un’isola piccola e nemmeno poi così famosa, perché la vita mi ha insegnato che gli sforzi di chi passa a farti visita vanno sempre onorati.
Si, se fossi geografia sarei l’isola di Pitcairn, quella dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty. Perché proprio Pitcairn? Perchè è l'isola che si trova ad una distanza superiore a quella di qualsiasi altra isola dalle coste continentali, e non esistono approdi né aeroporti.
Forse anche perché ancora oggi, su quell’isola ci sono 67 abitanti in tutto, discendenti diretti di quelli che si ammutinarono.
Sì, se fossi geografia credo che vorrei essere un’isola piccola e cazzuta come quella, avere quel nome lì, un nome che non conosce nessuno, tranne 67 persone che la abitano, e anche se porto un altro nome ha poca importanza, in fondo.
Se decidi di venire, ti dò le coordinate giuste, potremmo passare del tempo a chiacchierare con qualcuno di quegli abitanti e farci raccontare com'è andata quella storia dei loro avi che si ammutinarono e che poi rimasero lì, a guardare il mare per anni. In fondo per vivere bene ci basta una storia. Non venite più di due o tre però. Da queste parti parlano sottovoce. 

lunedì 2 novembre 2015

Racconto per "Women in Wine" - Venosa, 30 ott. 2015 (*)

    

1.
Lavoro in un wine bar che si trova in una stradina adiacente alla piazza principale del mio paesino. Poche migliaia di abitanti, d’inverno il clima non aiuta, le strade sono spesso deserte, si esce poco, ma certi sabato sera d’estate ci sembrano il Carnevale di Rio.
Un pomeriggio di fine estate, mentre stavo pulendo la macchinetta del caffè, entrò nel locale un uomo con una piccola guida della Basilicata in mano e, senza nemmeno salutare, chiese direttamente: "un caffè macchiato". Inversamente alla sua palese fretta, mi girai lentamente, lo guardai e, ignorando per un attimo la sua richiesta, lo accolsi con un convinto: "Buongiorno!"
Lui, mortificato, si scusò, disse che stava andando di fretta perché stava per partire il pullman per il castello di Venosa. Allora sorrisi, mi asciugai le mani sul grembiule e gli dissi:
- Il suo pullman ormai è partito, ma non si preoccupi, ne partirà un altro tra trenta minuti esatti. C’è una strana puntualità nei nostri paesini, ma lei è fortunato: il caffè la ripagherà della delusione. Io mi chiamo Sonia. Lei da dove viene?
Mi disse di chiamarsi Emilio, che veniva dalla provincia di Torino. Che aveva una compagna lucana e che era venuto in Basilicata per la prima volta per cercare di chiarire qualche incomprensione..
E certo, i rapporti a distanza.. E poi lei doveva avere proprio un bel caratterino….
- Allora – dissi -, visto che non le posso fornire alcuna indicazione sulle donne locali perché ci ha già avuto a che fare, adesso che ha qualche minuto, se vuole le dico un attimo cos’è questa terra, che invece ancora non conosce. A lei la pizza piace?
Fece una faccia strana, come per dire: "che c’entra la pizza?", ma rispose: "Si, certo".
- Bene, allora le spiego la Basilicata come se fosse una pizza. Una capricciosa. Ha presente, no? Quella con un sacco di ingredienti.
L’uomo mi guardava come se avesse appena visto una marziana.
- Si, perché, vede, nella nostra Basilicata a nord ci trova i carciofi, verdi come i boschi del monte Vulture e i laghi di Monticchio, due laghi asimmetrici, come se il pizzaiolo non avesse ben dosato le proporzioni.  A ovest ci trova le olive verdi come i monti dell'area di Potenza, con il capoluogo, città verticale per definizione.  A est la pizza si fa morbida e pianeggiante, e si riempie di gustosa mozzarella come i bianchi calanchi di Aliano e la piana di Matera, dando vita ad un tripudio di gusto e sapori che la riportano alla più antica delle civiltà dell'uomo.
E infine il sud della pizza – pardon, della regione - degrada verso il mare. Il Tirreno e lo Jonio la bagnano, cullandola come l'olio che ne assembla gli ingredienti. E io, da buona lucana, su questa pizza capricciosa - lei mi permetterà – aggiungo un bel tocco di lucanità, e cioè un paio di peperoni cruschi sbriciolati, rossi come i nostri tramonti.
E lì lo guardai direttamente negli occhi:
- Ma lei li conosce i peperoni cruschi??
Dalla faccia dedussi che non ne aveva nemmeno sentito parlare.
- Non si preoccupi, a Venosa certamente li troverà e li gusterà. Comunque, lei in questi posti ci ritornerà. Capita a tutti.
A quel punto mi alzai e tornai dietro al bancone. Lui mi guardava meravigliato, un po’ frastornato, ma con l’aria incuriosita.
- Io oggi ho la mezza giornata libera, vuole che la accompagni io?
Continuava a guardarmi piuttosto meravigliato, ma dall’espressione non mi sembrava che la mia offerta gli dispiacesse.
- Mi dia solo il tempo di mettere a posto delle cose. E ovviamente di prepararle il caffè. Macchiato, vero?

2.
Entrati al castello di Venosa, fummo investiti da odori e rumori tipici di una festa dedicata ai sapori lucani. Emilio mi disse che una delle ultime volte che aveva sentitola sua ex compagna, prima che non rispondesse più al telefono, gli aveva comunicato che gestiva uno stand proprio a questa festa, ed era quello il motivo per cui si era precipitato qui.

giovedì 22 ottobre 2015

Cosa possono fare i cittadini per lo stato?



Caro Presidente, era bella e suggestiva quella sua frase, citata da ogni generazione di politici e politicanti dagli anni 60 ad oggi, che recitava: "Non chiederti cosa l'America può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per l'America". Un aforisma che è stato adottato come simbolo per molte democrazie occidentali. Nulla da dire sul principio, che inneggia ancora oggi alla capacità del cittadino di rendersi protagonista di una vita più attiva e collaborativa senza pretendere l'assistenzialismo a cui specie in certe latitudini del mondo siamo tristemente abituati.
Bene Sig. Presidente, lei non lo sa, ma le vorrei dire che il mondo è cambiato. Quei paesi che avrebbero dovuto esportare la democrazia sono vittime di sistemi di governo capestro nei quali i cittadini sono stati infilati a testa in giù come bottiglie vuote per scolarne il sangue fino all'ultima goccia, costringendoli a dare molto di più di quello che viene loro restituito in termini di servizi e di assistenza che una democrazia normale dovrebbe garantire.
Poi c'è quel paese, l'Italia - se lo ricorda? - nel quale il suo aforisma continua ad essere sulla bocca di molti governanti, ma il punto è che loro, per primi, si considerano al di sopra di qualunque sforzo che quotidianamente chiedono ai loro cittadini, determinando una frattura sociale che oggi è diventata abissale. 

Caro Presidente, lei al mondo manca. Non solo per la sua dialettica o per le sue abilità diplomatiche, ma per il suo esempio. Lei che si è battuto per un benessere più largamente distribuito, lei che combattè la discriminazione razziale, lei che ispirò una istruzione allargata anche ai poveri, oggi sarebbe deluso da questo mondo.