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lunedì 2 maggio 2016

20 ragazze per me posson bastare


Frugando in rete trovi un sacco di notizie curiose e divertenti, solo che a volte, a metterle assieme possono sembrare anche un po’ contrastanti e alla fine non sai mai che pesci prendere. Nel vero senso della parola.
Vengo e mi spiego. Partiamo dalla prima.
Uno studio canadese, eseguito su un campione di 3.000 individui di sesso maschile  afferma che se un uomo abbia avuto almeno venti partner sessuali (rigorosamente donne, per cui lo studio riguarda unicamente gli etero), vede ridurre considerevolmente le probabilità di cancro alla prostata. Immagino che in questo preciso momento molti iniziano a farsi i conti per vedere se rientrano o meno nella media. Ma se siete arrivati a diciannove, non cercate disperatamente la ventesima, perché  magari la statistica vale anche per voi, non è che dovete per forza raggiungere il numero prefissato dall’indagine statistica. Diciamo che una ventina dovrebbe essere un campione abbastanza significativo da mettervi al riparo da una delle malattie più temute dall’universo degli stalloni di tutto il mondo.
"Matto, quello è proprio matto perchè forse non sa che posso averne una per il giorno, una per la sera", fino ad arrivare alla somma prevista. Vabbè, insomma, ci siamo capiti.
Sullo stesso argomento (rapporti sessuali, stiamo parlando di questo) emerge un altro dato, di segno leggermente diverso dal precedente. Troppi orgasmi maschili potrebbero far male, in particolare agli occhi. Proprio come ci dicevano quando eravamo piccoli, che toccando troppe volte il pistolino succedeva che si poteva perdere la vista. Lo dicevano per scoraggiarci, ma sembra, invece, che un ventinovenne si sia presentato al pronto soccorso poiché, mentre aveva un rapporto sessuale, abbia eseguito la cosiddetta “manovra di Valsava”. No, nessuna pratica sado-maso, bensì quella operazione che facciamo allorchè dobbiamo compensare la pressione nelle orecchie, ad esempio salendo in montagna. Ebbene, sembra che questa manovra, fatta durante un orgasmo, può causare un repentino aumento della pressione venosa nella retina, e può portare (come è stato nel caso del ragazzo), alla rottura dei vasi sanguigni e ad una retinopatia emorragica. Fortunatamente per il ventinovenne, dopo qualche tempo la guarigione è arrivata spontaneamente. I medici che hanno analizzato il caso però sottolineano come sia importante considerare anche l’attività sessuale come causa delle patologie dell’occhio. Insomma, occhio all’attività auto propulsiva.
Ultima notizia per i più raffinati cultori dell’eros, stavolta finalizzato ad una giusta causa: il kilt (il famoso gonnellino scozzese che portano gli uomini delle Highlands) migliora la fertilità maschile. E già, perché sembrerebbe che l’indumento creerebbe un ambiente fisiologico ideale, mantenendo la temperatura scrotale ottimale per una spermatogenesi robusta e di buona qualità. Per cui, secondo il ricercatore olandese autore della curiosa ricerca, il kilt è l’indumento ideale per gli uomini che hanno deciso di concepire un figlio.
Allora, riepilogando: va bene fare gli sciupafemmine perché la cosa riduce le possibilità di tumore alla prostata, ma meglio evitare il ricorso a pratiche troppo strane ardimentose e lasciare che la natura faccia il suo libero corso per arrivare all’apoteosi dei sensi.
E se poi volete crescere e moltiplicarvi, ebbene indossate un bel kilt originale scozzese: i vostri figli nasceranno sani e robusti. Che importa se per un po’ vi vedono andare in giro con una gonnellina a quadrettini colorati?  Non c’è niente di peggio che giudicare un uomo dalle apparenze, senza sapere il segreto che porta dentro. Anzi sotto.

mercoledì 27 gennaio 2016

Una diretta con Radiomondo dedicata a questo blog!


La bella chiacchierata con Radiomondo.fm 

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Quinnipak è un luogo dove chi vive o chi ci arriva ha una storia scritta addosso. Quinnipak è un luogo che invano cerchereste sulle carte geografiche. Eppure è là" (A. Baricco)
Qualcosa come a Quinnipak succede in qualche parte d'Italia. O forse nel mondo, non ho capito bene. Per un giorno quel luogo che non troveremo sulle cartine geografiche si trasforma in una radio. Ovvero continua ad essere un luogo che non è vero, perchè dove non si può vedere e non si può toccare nessuno ma si può solo ascoltare, non ha nulla di vero.
E in genere, quando si ascolta qualcosa, non si parla. Può sembrare strano, ma parlare interferisce con quell'altra cosa che stai facendo quando ascolti. Una cosa tipicamente umana, insomma.
Mai visti gli animali ascoltare e basta. In genere fanno qualche verso, mentre altri animali fanno altri versi. Oddio, anche molti umani fanno lo stesso.
Insomma, quello che volevo dire è che si verificano cose strane che accadono via etere.
Non ci serve sapere la spiegazione tecnica di cosa sia la propagazione via etere, ci basta sapere che bisogna stare lì e sentire. Si possono anche fare delle cose, intanto. Un caffè, ad esempio.
Alla fine qualcosa succederà, e potranno essere anche un sacco di cazzate, o forse, cose serie. Probabilmente nulla che ci interessi davvero.
Ma basterà che ci sia almeno una cosa, una soltanto, che ci colpirà la fantasia e che ci permetterà di esclamare, con un pizzico di sorpresa (nè meraviglia, nè stupore, ma solo sorpresa): "ah!".
Ecco, quella cosa lì potrebbe cambiarci qualcosa. Ascoltare. E poi : "Ah!". Nulla di più di questo.
A farcelo esclamare potrà essere una parola, una frase, o anche una musica.
Tutto il resto è una domenica mattina qualunque.
Ciao Max. E grazie. Dimenticavo: le cose verranno da sole.

mercoledì 13 gennaio 2016

Senza occhi e scheletri ammuffiti


Un giorno, tanto tempo fa, successe qualcosa che scosse molte coscienze. Qualcosa che rimane ancora appesa nell'armadio dei ricordi, là dove in genere conserviamo qualche scheletro ammuffito.
Quel ricordo fu alla base di una serie di riflessioni che alcuni cittadini sentirono il bisogno di condividere, e io ne trassi spunto per un metaforico racconto.
A distanza di anni il ricordo, gli scheletri e la rabbia sono sempre dentro quell'armadio. Attendono che qualcuno faccia pulizie, che li porti fuori da quella polvere, che torni a far loro respirare luce.
Già, luce. Una mia amica che curò la prefazione di quel romanzo, adottò proprio questo termine per significare un sacco di cose, alcune delle quali non fui in grado di capire in tutta la loro profondità. E forse non ne sono in grado neppure oggi.
"Senza occhi non si vede. Pure la luce si respira. Senza occhi lo sguardo è inanimato. Pure racconta di Sé. Senza occhi è averli chiusi, e messi in tasca. Ma, se chiudi occhi non vedrai. Se chiudi occhi è perché hai visto. Se chiudi occhi, il buio duella col giorno anche quando è notte, e perde.
Perdendo la sua compostezza, accetta la resa e abdica alla luce. La luce della verità. E della sua prepotente inevitabilità. Questa è una storia. E questa storia è una storia d’amore. La storia d’amore per la verità innamorata della luce. Non già dei presunti brandelli luminosi scovati e messi in scena per costruire il vero dei fatti e delle trame, ma, piuttosto, amante di quelle lievi carezze che le cose ti fanno per mostrarsi naturalmente reali e libere da improvvisati tranelli accomodanti; libere da quell’inganno che, incarnandosi nello sguardo scorretto, partorisce simulazioni e polvere.
Così, questa è la storia d’amore per la verità che, amando la libertà, non sa (e non può) fare senza.
Una storia che parla sottovoce, che imbarazza, che disarma e che commuove. Una storia che ha un’anima, e che ti acchiappa l’anima. Pagina dopo pagina, il fiato è trattenuto, gli umori mescolati, l’aria di famiglia innervata: merito del gioco artistico condotto da chi, come Dino, ha il pregio di saper con maestria, sensibilità ed eleganza stilistica, mescolare il mazzo, distribuire le carte, comporre e ricomporre un fascinoso puzzle che seduce, disvelando gradualmente, e direi sorprendentemente, l’orizzonte di senso, cuore, carne e sangue della narrazione.
Avvolta nelle pieghe di una vicenda sentimentale che si snoda e vive traversando, e superando il provincialismo dei luoghi e l’apatia di chi, indifferentemente, tace accettando, la trama interseca le trame, sfida la logica dispettosa delle temporalità e incrocia, ancora, la coppia protagonista: libertà e
verità si tengono per mano. Sempre. L’accesso all’una prevede l’incontro con l’altra: vicendevolmente, e strette in un disincantato girotondo alterno, disegnano percorsi frastagliati e traiettorie niente affatto stabili, invocano il tempo, inducono ad imitare il gambero e ad indietreggiare per tenere il punto, aprono al frequente colpo di scena, accendono i sensi, incrociano la vita, ed anche la morte. Quasi faticoso stargli dietro! Già, faticoso e pericoloso e rischioso.
Libertà e verità hanno un costo. Insostenibile quando l’animosità non è dotata dell’optional coraggio. Quel coraggio che fa i conti con i conti, e se ne infischia delle perdite di stime.
Dino ci provoca riuscendo nell’intento: ci guarda negli occhi e chiede ai nostri di tornare al loro posto. È una storia, questa, che si ama ad occhi chiusi".
Grazie, Angelica Iacovino.

VIDEO SERVIZIO RAI

domenica 27 dicembre 2015

L' inderogabile importanza dell'uso della parola


Sono un appassionato di parole. Ne costruisco frasi, pensieri, a volte - se proprio mi riesce - ne faccio racconti.
Come molti, osservo il viaggio delle parole nel tempo e devo dire che non sono entusiasta di dove stanno andando, tutte così di corsa, quasi che non abbiamo più il tempo per soffermarci su ciascuna di esse, per conoscerle meglio.
La parola è il mezzo che usiamo per fare in modo che le immagini che abbiamo nella testa si possano trasformare in immagini nella testa di chi ci ascolta. Quell'immagine è esattamente quella che cambierà il nostro mondo, che ci arricchirà oppure ci impoverirà, a seconda dell'effetto manipolatore di chi ha pronunciato ha pronunciato quella parola per raggiungere l'effetto desiderato.
Ma l'operazione di capirsi esattamente per quello che si vuol dire è tutt'altro che semplice, perchè molte parole, durante il loro viaggio nel tempo, hanno perso il loro significato originario e alcune lo hanno modificato profondamente, fino a smarrirne i contorni, e tutto questo rende sempre più complicato comprendersi.
Forse per questo, quando abbiamo un lapis a nostra disposizione, alla parola detta preferiamo fare un disegno dell'immagine che abbiamo nella testa: così è più facile capirsi.
Prendiamo per esempio la parola "rottamazione": fino a qualche anno fa si faceva largo nella nostra testa l'immagine di una macchina vecchia e arrugginita, oggi ci viene in mente D'Alema.
Oppure l'espressione "missioni di pace". Qual è l'immagine che scatta quando sentiamo la parola: missioni? Una spedizione in Africa (sì, ci sono anche altri continenti, ma il missionario che ci viene in mente va sempre a prestare la propria opera in Africa). Ben difficilmente all'espressione suddetta ci vengono in mente aerei che lanciano bombe o innocenti che vengono uccisi, e questo produce nel nostro cervello dei veri e propri cortocircuiti.
Che sta succedendo?
Ci stanno cambiando le carte in tavola, e questi piccoli cambiamenti partono proprio dal sovvertire l'uso delle parole, ovvero il  mezzo più comune che abbiamo per comunicare efficacemente.
Partendo dalla scuola, dovremmo forse tornare a manipolare le parole, a fare esercizi di destrezza per poterle usare meglio, un pò come fanno i giocatori di calcio quando fanno gli esercizi al muro con la palla, colpendola in vari modi per acquisire maggiore capacità nel trattamento.
In fondo la palla per i giocatori ha la stessa funzione che ha la parola per comunicare: non a caso quando i giocatori eseguono una fitta rete di passaggi, i cronisti hanno inventato il termine: "fraseggio".
Ridare alle parole il significato esatto è una sfida da iniziare subito, se non vogliamo perdere completamente il controllo di ciò che succede intorno e restare vittime dei manipolatori delle parole (e delle immagini che si producono nel nostro cervello) capendo sempre di meno del mondo che ci circonda e che si allontana sempre di più dalla nostra esatta comprensione.
Termino con un VIDEO  che reputo incredibile e straordinariamente sintetico rispetto all'uso corretto delle parole. Dura appena 1'47" ma rende meglio di qualsiasi "parola" quanto sia importante (decisivo) saper usare la frase esatta nelle varie circostanze che la vita ci pone davanti.
Don Milani, uno che se ne intendeva, diceva che "ogni nuova parola che impariamo è un calcio in culo in meno da parte dei borghesi".
Hasta la revolucion de las palabras!

Potenza, #festadellaparola 27 e 28 dicembre 2015



giovedì 17 dicembre 2015

Avversione per l'espressione: "in qualche modo"



Mi fanno specie tutte quelle forme di espressione usate e riusate che finiscono con il diventare abusate, ovvero si adottano anche quando non ce n'è alcun bisogno.
Un po' come i "cioè": non servono per dare un contenuto ad una frase, ma perché non ci vengono altre parole. E fin qui.
Ma l'espressione suddetta mi provoca un certo fastidio anche per un'altra ragione.
Perché puzza lontano un miglio di quello che reputo uno dei maggiori difetti del popolo italiano: l'approssimazione.
Fa proprio parte della nostra natura la necessità 
ineluttabile di far quadrare i conti anche quando non si trovano mai. Ecco perché abbiamo inventato questa espressione. 
"Sì, è vero, gli immigrati non li gradisce nessuno, ma in qualche modo li dobbiamo accogliere, mica possiamo lasciarli morire in mare".
"La riforma del lavoro non è perfetta, ma in qualche modo andava fatta".
Ma che cazzo vuol dire "in qualche modo"?
Puzza proprio di quell'arte del compromesso di cui l'italiano è maestro, ma non quella nobile nella quale si rende necessario trovare un punto di mediazione tra vari punti di vista tutti qualificati, no: si tenta di rendere digeribile qualcosa di profondamente indigesto.
"Non mi piace questa minestra, ma in qualche modo la devo mangiare".
Se non ti piace, lasciala. 
Non farti influenzare dalla necessità di farti andare bene anche le cose che non ti piacciono. 
Ecco come ci stanno fregando. Attraverso l'uso delle parole ci fanno andar bene anche quelle situazioni che - in qualche modo - non gradiamo.
Ed è entrata talmente nel linguaggio comune che la tiriamo in ballo anche se non c'entra niente, anche se stiamo parlando di qualsiasi cosa, perfino di cose che sono l'opposto dell'approssimazione stessa: la matematica. Ovvero, anche quando parliamo di cose - per così dire - oggettivamente esatte, usiamo l'espressione tipica dell'approssimazione, rendendo quella cosa non più rigorosa. L'abbiamo castrata con le nostre stesse mani. Pardon, parole.
Siamo diventati anche nel linguaggio uno specchio sbiadito a cui affidare la nostra immagine peggiore. Ma non era questa l'era della comunicazione?

E se lo dice anche Sofri...

giovedì 22 ottobre 2015

Cosa possono fare i cittadini per lo stato?



Caro Presidente, era bella e suggestiva quella sua frase, citata da ogni generazione di politici e politicanti dagli anni 60 ad oggi, che recitava: "Non chiederti cosa l'America può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per l'America". Un aforisma che è stato adottato come simbolo per molte democrazie occidentali. Nulla da dire sul principio, che inneggia ancora oggi alla capacità del cittadino di rendersi protagonista di una vita più attiva e collaborativa senza pretendere l'assistenzialismo a cui specie in certe latitudini del mondo siamo tristemente abituati.
Bene Sig. Presidente, lei non lo sa, ma le vorrei dire che il mondo è cambiato. Quei paesi che avrebbero dovuto esportare la democrazia sono vittime di sistemi di governo capestro nei quali i cittadini sono stati infilati a testa in giù come bottiglie vuote per scolarne il sangue fino all'ultima goccia, costringendoli a dare molto di più di quello che viene loro restituito in termini di servizi e di assistenza che una democrazia normale dovrebbe garantire.
Poi c'è quel paese, l'Italia - se lo ricorda? - nel quale il suo aforisma continua ad essere sulla bocca di molti governanti, ma il punto è che loro, per primi, si considerano al di sopra di qualunque sforzo che quotidianamente chiedono ai loro cittadini, determinando una frattura sociale che oggi è diventata abissale. 

Caro Presidente, lei al mondo manca. Non solo per la sua dialettica o per le sue abilità diplomatiche, ma per il suo esempio. Lei che si è battuto per un benessere più largamente distribuito, lei che combattè la discriminazione razziale, lei che ispirò una istruzione allargata anche ai poveri, oggi sarebbe deluso da questo mondo.

martedì 29 settembre 2015

Davanti alle poste tanta gente




Così inizia una canzone di Venditti. No, quella era la scuola. Si, ok, ma adesso siamo fatti grandi e alle 8,30 la prima campana suona all'ufficio postale. Al di là della location, il punto è che a guardarsi intorno, una logica o, come direbbe qualcuno, un senso, questa società dell'iper-informazione, sembra proprio non averlo.
Ciò che più mi colpisce sono i toni. Un tempo erano discorsivi, più o meno pacati, si cercava il confronto, lo scambio, perfino la cortesia era la norma.
Invece oggi, esattamente come accade per l'informazione, anche la condivisione si è frammentata, sminuzzata come le carotine Julienne, in mille pezzettini lunghi e sottilissimi, che rimetterli assieme non si può più. E il dibattito si inasprisce, si abbassa il volume del rispetto e si alza quello del vaffanculo facile. La tolleranza ha le ore contate.
Debordazioni continue dei limiti di quella che una volta si chiamava buona educazione, la pazienza è schiacciata al muro come un insetto fastidioso. Negli uffici pubblici, in mezzo al traffico, sul web e in qualunque occasione in cui semplicemente si addiviene ad un contatto tra due o più persone, la soglia della tolleranza è talmente sottile che ti si avventano alla giugulare al minimo accenno di far valere i tuoi diritti.
Assistiamo quotidianamente a pericolosi fermenti di collisione dialettica in ogni dove, non solo sui social network (nei quali è facile nascondere il dito omicida dietro uno schermo illuminato).
Una trasmissione tv, un servizio giornalistico, perfino delle banali osservazioni su un social network si caratterizzano per attacchi reiterati, guerre di religione, battaglie di vita o di morte. E tutto questo al solo scopo di prevalere dialetticamente!

lunedì 14 settembre 2015

Ma perchè ci applicavamo così poco?

Inizia la scuola.
Si fanno strada nella mente ricordi di odori del legno usurato dei banchi, dell’inchiostro sulle dita, delle merendine sotto banco: profumo di cacao o di paneemortadella, a seconda dei casi.
La corsa a prendere l’ultimo banco. Da lì il professore non ci vedrà, si pensava.
Ore, ore, ore di lezioni, parole, registri, poi a un certo punto la professoressa interrogava, silenzio in classe, gli occhiali nascondevano pupille severe che scorrevano l’elenco, il cuore di tutti batteva all’unisono creando un rumore che sembrava di stare in discoteca tu-tum, tu-tum, tu-tum, e ci si nascondeva dietro quello che stava avanti, come se anche il cognome sul registro si potesse nascondere da quella lista. Ma non era possibile.
I professori? Ci sembravano una strana razza. Per fortuna non tutti. Infatti all’epoca quelli che si distinguevano ce li ricordiamo ancora oggi con piacere. Erano quelli che ci guardavano negli occhi un secondo di più, prima di esprimersi su come eravamo andati. Verificavano se eravamo pronti ad assorbire il colpo.
C’erano altri insegnanti che "il programma deve andare avanti", a qualunque costo, chi non capiva rimaneva indietro. Affari suoi. Insegnanti che raramente si chiedevano cosa c’era nella testa di quel ragazzo che cresceva ogni giorno di più, che aveva difficoltà perfino a pronunciare il suo nome a voce alta per la timidezza, che ogni tanto non veniva a scuola e quando ritornava dopo qualche giorno, era più alto di 10 centimetri e sulla giustifica portava scritto: “indisposizione”, ma era solo febbre.
Eppure ancora assistiamo a studenti massacrati quotidianamente da nozioni che non arrivano mai a destinazione a causa di spiegazioni che durano ore, contro una capacità di attenzione e concentrazione da parte della classe che raramente supera i quindici-venti minuti.

lunedì 1 giugno 2015

Qualcuno dice del libro

E' sempre gradito leggere i pensieri di chi ha avuto il piacere di leggere. Grazie



Maria Teresa D'Aiuto : "La fervida immaginazione dell'autore non impedisce la concretezza del discorso portato avanti con tenacia. Solo apparentemente interrotto dalla suddivisione in racconti,malgrado il gioco stilistico dei colpi di scena,il testo lascia sempre affiorare il filo conduttore,che è la sfida alla prosaicità del mondo ;il sogno di un rinnovato rispetto per la terra,per la vita,per gli uomini,in un clima di semplicità ed onestà. La narrazione è volutamente lenta "come lento è chi si piega per accarezzare una margherita"(T.Guerra). Come chi scruta con attenzione ogni angolo ed ascolta ogni fruscio della natura per impadronirsene. Non stanca questa tecnica, anzi prende per mano il lettore per ritrovare assieme all'autore quel qualcosa di poetico, di musicale, nell'emozione di un ricordo di voci di amici e di profumi di terra, di salsedine, di vino. De Angelis è molto abile nel ricreare ambienti ed odori: colpisce l'atmosfera impregnata di legno vecchio dei banchi di scuola, intrisi di inchiostro e di grafite delle matite. In questi ambienti abilmente creati si muove un'umanità sofferente che pian piano sa riprendere a vivere con uno scatto di amor proprio. Qui è la fiducia che sottende tutto il volume. L'Autore sfida il dolore e crede nella capacità dell'umanità che anima il suo romanzo, tutta di notevole spessore psicologico. Uomini ed in particolare Donne, che hanno suggerito l'originale titolo: "quelle che vedono tanto più avanti", risolutrici di situazioni complesse ed anche drammatiche. Può venir voglia di rileggere il libro di De Angelis perché è scritto in modo agevole, piano, senza concessioni a civetterie culturali e perché è un guscio di emozioni. Qui, e non è poco, le donne sono trattate con stima e rispetto".

Angela Carissimi: Te l’ho mai detto che il tuo libro l’ho letto con molto, ma molto piacere? Mi è piaciuto. La tua scrittura l’ho trovata incantevole, semplice, fluida e coinvolgente… con una particolare capacità di narrare i fatti o descrivere luoghi associandoli ad altre situazioni che suscita interesse e induce a meditare. Altrettanto ho apprezzato la particolare abilità di inserire nella narrazione al posto giusto il pezzo musicale e il modo in cui riesci a trasmettere i tuoi desideri, i tuoi vissuti, i tuoi pensieri molto, ma molto profondi sui particolari valori... attraverso la descrizione dei personaggi che filtrano la scrittura ed emergono trasparenti. Le parole aleggiano e volteggiano nella mente del lettore. 

Chiara Lippolis: "Donne che spostano il traguardo" è per me un libro emozionante, autentico, intenso, scritto con il cuore, che tocca le corde più profonde dell'anima. Un libro che ha il dono di far riaffiorare, in chi lo legge, ricordi custoditi chissà dove, attraverso una danza leggiadra di immagini-fotografie, descrizioni di una natura selvaggia e incontaminata, o violentata dalla furia e follia dell'uomo, e di tanta buonissima musica. Un'antologia del complicato e talvolta inaccessibile universo femminile, delle difficoltà delle relazioni di qualunque tipo, ricca di umanità, tatto, delicatezza, sensibilità, pathos e di quei valori essenziali e primitivi, figli di ancestrali codici di comportamento di etica e di rispetto, oggi purtroppo sommersi dalla imperante volgarità dell'era della tecnologia e del silicone. Storie, che, sembra difficile a credersi, sono state partorite dalla mente dalla fantasia e dalla sensibilità di un uomo.Un libro scritto con apparente semplicità linguistica, ricercato ma senza inutili fronzoli di maniera, il cui stile piacevole e scorrevole crea un immediato feeling emotivo con il lettore, e che lo proietta con incredibile e ammirevole empatia, dentro ogni racconto. Insomma un libro che ha la capacità di farti sentire protagonista di almeno uno dei racconti narrati. Un libro scritto forse più per gli uomini, che insegna loro a non temere le donne, ma ad averne cura e rispetto, proprio come fa il suo autore.

giovedì 26 marzo 2015

Presentazioni di Donne che spostano il traguardo

PRESENTAZIONE 7 MARZO 2015

  
              

PRESENTAZIONE per BENEFICENZA ANT - POTENZA 28 MARZO 2015









SERVIZI TV

La Nuova tv Servizio di Carla Zita

TRM Network Servizio di Nico Basile

Servizio RAI TG3 Basilicata

martedì 7 giugno 2011

I Blues Brothers e le occasioni di sviluppo perse in Basilicata

La mattina della domenica mi sveglio più tardi del solito, apro le persiane e guardo il tempo.
Una prassi consolidata negli anni mi porta ad interrogarmi su che tipo di giornata ci sarà, fuori dal guscio di casa.
Alzo le tapparelle e trovo, inaspettatamente, il sereno: una meravigliosa giornata di sole, una mattina splendida. Preso dall'entusiasmo faccio allora il giro della casa ad aprire le finestre e far entrare qualche minuto di sole ed aria tiepida in questo autunno freddo e umido che avvolge la città.
Mi viene in mente un parallelo con la maniera in cui è amministrato il territorio di Basilicata: quanto sarebbe bello se una mattina, nell'aprire i notiziari locali, venissi a scoprire che la governance ha seriamente rilanciato una politica, anzi no, basta con questo vocabolo ormai insignificante, un'AZIONE di sviluppo per la Basilicata.
La politica è ormai qualcosa che rimane dentro il dibattito d'aula, l'azione esce fuori e si scaglia sul territorio, per portare qualche benefico effetto.
Come se fosse scritto in qualche pagina di uno strano oroscopo, apro il pc e trovo la notizia più pazzesca e densa di infinite potenzialità che potrebbe finalmente costituire la vera occasione per far uscire la regione dal proprio endemico stato di agonia.
Da un sito di informazione regionale (Sarconiweb) apprendo che i rappresentanti del comitato “Passaggio in Lucania – Alto Jonio libero in Basilicata”, formato da cittadini calabresi dell’alto cosentino ionico, hanno incontrato il Presidente della Provincia di Matera, Franco Stella, e tutta la Giunta provinciale, per parlare di un possibile spostamento del confine calabro-lucano un po’ più a sud di dov’è ora. 
Il sole dell'opportunità incomincia a filtrare anche dalle pagine di un rotocalco web.