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venerdì 22 aprile 2016

Come un airone nel cielo di aprile





Qualche volta nevica ad aprile
Qualche volta mi sento così male, così male
Qualche volta desidero che la vita non finisca mai
E tutte le cose belle, dicono, non durano mai

Non durano, dolce principe di Minneapolis, le cose belle non durano mai quanto vorremmo e quella coltre bianca che scende lenta dal cielo di primavera non ci dà mai il tempo di finire le cose che stavamo facendo, lasciandole sempre a metà, come parabole di aironi nel cielo che poi, all’improvviso non vedi più.
Come se te la fossi scritta in un momento bello della tua vita, l’ultima canzone, no, non l’ultima in senso cronologico, ma questa che “A volte nevica ad aprile” sembra che tu l’abbia scritta proprio per farci l’ultimo saluto.
Presto, è troppo presto. Del resto quelli come te, come tantissimi altri, non lo concepiscono proprio l’avverbio “tardi”. 

Non è mai successo che faceste tardi, che la vostra parabola, come quella degli aironi, fosse lunga abbastanza, forte abbastanza, infinita abbastanza da permetterci di ammirarla lungo tutto il loro dispiegarsi nel cielo.
Non succede mai che ci si stanca a guardare il volo di un airone nel cielo, e capita sempre che finisca troppo presto.
A impedirci di farlo saranno le perle che hai disseminato lungo il tuo percorso. 

Le sentiremo nelle macchine di notte fermi sotto il ponte della ferrovia e guarderemo il cielo per scorgere quell’airone che ci era sfuggito alla nostra vista di mattina. 
Poi ci ricordiamo che di notte gli aironi non volano. Allora chiudiamo gli occhi e cantiamo una canzone.
La primavera era sempre il mio periodo preferito dell’anno
Un tempo per gli amanti che si tengono la mano sotto la pioggia
Ora la primavera mi ricorda soltanto delle lacrime di Tracy
Piango sempre per amore, non piango mai per il dolore

No, non ci vedrai piangere per amore, e stavolta ci imporremo di non farlo nemmeno per il dolore.
Strano provare questo dolore di primavera, quando tutto sboccia e rifiorisce. 

Poi succede che la neve si trasforma in pioggia, ma non è una pioggia qualunque. È una pioggia diversa.
Se sai cosa sto cantando, alza le mani
Pioggia viola, pioggia viola
Volevo solo vederti nella pioggia di colore viola
”.
Buon viaggio principe.

venerdì 18 marzo 2016

Ha vinto Niccolò Fabi

A volte mi capita di emozionarmi sentendo musica. 
Molto spesso l'emozione devo andare a cercarla nelle canzoni americane, o più spesso in quelle inglesi, dove comunque devi conoscere almeno un pò la lingua per sapere cosa hanno detto. 
E spesso, i testi migliori sono quelli semplici, immediati, che li capirebbe chiunque. 
Ma per fortuna ci sono anche un certo numero di cantautori italiani. 
Che strano: la parola cantautore non si usa quasi più, eppure a me piaceva.
Mi riporta alla mente atmosfere da anni 70 e 80, mi faceva sentire sbuffi di locomotive, puttane per strada che vendevano il loro corpo che qualcuno scambiava per amore e poeti maledetti su un aereo che volteggiava sui cieli di Napoli pensando a qualche ragazza abbandonata in posti lontani del mondo.
Tra questi cantautori, da diversi anni, mi sento molto vicino alle tematiche (testuali / musicali) proposte da questo ragazzo romano, Niccolò Fabi.
A volte mi sono chiesto qual è la ragione principale per cui mi piace questo cantautore. 
Mi rispondevo che probabilmente erano le parole, era il modo in cui le diceva, era la sua voce, era la sua musica semplice e orecchiabile. 
Adesso so che mi piace per tutte queste ragioni ma anche per dei temi che condivido da sempre. 
E sento di ringraziarlo per quello che fa, fuori dagli schemi della grande industria, fuori dalle majors, ma dentro il cuore delle persone semplici.
Grazie. 

Oggi è uscito questo singolo: "Ha perso la città". 

sabato 23 gennaio 2016

I Daya: un lungo amore per il rock


Sembra un pò la storia del film Blues Brothers: due fratelli che, in nome di Dio, tentano di rimettere insieme i pezzi di una band scalcinata dopo decenni. Non so in nome di chi i Daya abbiano rimesso in piedi la loro band, ma l'operazione sembra perfettamente riuscita come quella di Jake e Elwood.
Massimo lo aveva annunciato presentando il live della serata: Vi spareremo due ore di energia pura. Nemmeno il tempo di applaudire e parte un’ondata rock di quelle che non ti aspetti.
La band produce note, sudore e lacrime ininterrottamente, staccando pochi secondi tra un pezzo e l’altro, giusto il tempo per il frontman di introdurre il brano successivo, e poi giù con Rolling Stones, Hendrix, Led Zeppelin, ZZ Top, AC/DC e chi più ne ha più ne metta. Inevitabile e doveroso anche un omaggio al duca bianco con Rebel Rebel, nella quale i ricordi del passato si mischiano con  quelli di un presente più vivo che mai in una fredda serata potentina riscaldata dal sound energico di questi quattro scatenati rockers.
Certo l’immagine del cantante si sposa poco con le irsute barbe rock dei texani o con il lunghi riccioli biondi di Robert Plant, forse rimanda più alla compostezza del look di un David Sylvian, ma la musica che esce dal gruppo ha per fortuna assai poco di composto.
I Daya sono un concentrato di energia che si è fidanzato con il rock ma di nascosto strizza l’occhio al blues, per cui  ogni tanto si lasciano andare alle classiche dodici battute, addirittura con tanto di ospitata. Cooptatacome pubblico per l’occasione quasi tutta la redazione della Gazzetta del Mezzogiorno cittadina, cosa tutt’altro che scontata, a dimostrazione di quanto affiatamento ci sia non solo dietro le scrivanie di piazza Mario Pagano tra i redattori del più importante giornale lucano.
Tra il festante pubblico, presenze importanti (ed anche ingombranti) della cultura e dello spettacolo potentino, che partecipa sempre con grande passione agli eventi locali.
Bella la scena in cui Tony Vece, professione fotoreporter, nel clamore assordante della musica pesante che si diffonde nell’aria, sposta la pancia delicata di Peppe Centola dal raggio d’azione delle casse, sotto gli occhi di Pete Townshend, venuto a Potenza nascosto nel maglione di Gianluigi Laguardia.
Due ore filate di note sparate dalle chitarre e dalla batteria dei Daya direttamente nelle orecchie dei numerosi partecipanti alla reunion del Cincillà che nemmeno un mezzo guasto all’amplificatore è riuscito a fermare, tra portate di cibi e fiumi di prosecco e birra.
Una bella serata di festa, allegria, musica e incontri trasversali tra generazioni: osservavo con Zio Matteo con un certo sollievo che non eravamo i più anziani della festa.
Però, caro Massimo, la prossima volta, “My generation” degli Who ce la dovete proprio fare, non fosse altro che per omaggio non solo alla memoria di una band che merita l’olimpo del rock di tutti i tempi, ma anche per significare una bella continuità musicale e di amicizia tra i componenti di una band di periferia che non si arrende alle minacce del tempo.
Adesso che ci avete solleticato con una serie di hit famose del rock internazionale, siamo pronti ad ascoltare anche un po’ del vostro repertorio, sì proprio quello nato a Rione Verderuolo. 
Magari senza aspettare altri trent’anni.
Alla prossima.

martedì 19 gennaio 2016

La mia religione è il rock


Ma che sta succedendo al rock? Quanti dispiaceri ci deve ancora regalare questa vita ingrata per privarci di coloro che hanno accompagnato molti dei nostri viaggi e delle nostre serate, rendendocele migliori?
In una notte stellata, tipo quella dipinta da Van Gogh, ci saluta un altro immenso protagonista del rock mondiale, Glenn Frey, anima e fondatore degli Eagles assieme a Don Henley.
Personaggio carismatico e a tratti dispotico, famoso per aver composto musiche che hanno accompagnato generazioni, assieme a quell'altro genio di Henley, una voce che pare scendere direttamente da un'altra dimensione. I due sono stati i veri padri-padroni della band, fino al punto da alimentare dissidi interni tali da rischiare di far cessare più volte la vita degli Eagles.  Ad esempio uno dei litigi più famosi della storia del rock, Glenn lo ebbe con Don Felder, uno dei due chitarristi che aveva fatto l'assolo di finale di Hotel California (l'altro era Joe Walsh), insomma non proprio uno qualsiasi.
Felder reclamava spesso di voler essere anche lui a cantare qualche canzone, ma Glenn gli negava categoricamente questa possibilità, dato che non c'era voce migliore di quella di Don per tutta una serie di hit della band. I malumori sfociarono durante un live a Long Beach nel 1980 (un concerto che poi fu chiamato: Long night in wrong beach), Glenn, verso la fine del concerto, a microfoni aperti disse a Felder che, una volta terminato il live, gli avrebbe spaccato il muso. Infatti, nei sotterranei dell'arena si assistette a scene di inseguimento e scazzottate a stento arginate dalla sorveglianza. La cosa bella è che queste scene erano fatte direttamente dai protagonisti e non dai fan!
Insomma una band che, a causa della forte personalità dei suoi protagonisti, attraversò parecchie inquietudini interne. Al punto che, dopo quella tourneè del 1980, ebbero una delle tante crisi di convivenza musicale gli stessi genitori della band, Glenn Frey e Don Henley, che non sopportavano più nemmeno di vivere nella stessa città e si trasferirono in due punti opposti degli States. Dovendo registrare il live di quella torneè (Eagles Live, appunto) il produttore fu costretto a raccogliere le registrazioni dei due artisti a distanza e spiegò in una intervista che: "la perfetta registrazione delle armonie vocali è stata gentilmente concessa dalla Federal Express".
Ma dopo qualche anno le aquile ripresero a volare e a confezionare ancora successi, sfociati nell'ottimo The Long Run, dove ripresero a suonare rock ballads e intonare cori alla loro maniera, come se avessero appena iniziato.
Nel 1998 ebbero il più alto riconoscimento della loro carriera, essendo inclusi nella Rock and Roll Hall of Fame. Durante la cerimonia, per la prima volta, suonarono insieme tutti i membri della band (perfino Meisner e Leadon che avevano fatto parte del primo periodo) e fu un momento di grandissimo pathos.
Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo in Italia un paio di estati fa, e proprio stanotte, alla notizia della scomparsa di Frey, ho inviato un messaggio ai miei compagni di merende musicali, ai quali ho scritto:"abbiamo fatto appena in tempo".
Quel tempo che invece mi è mancato per assistere ad un concerto di un altro che ci ha lasciato prematuramente qualche giorno fa e che aveva occhi di colore diverso ma una capacità di innovazione non solo nella musica che gli umani ricorderanno per tutto il loro percorso sul pianeta terra.
Non sono particolarmente credente di entità extraterrene, penso che se dovessi scegliere una religione sceglierei il rock, e se dovessi immaginarmi di qui a una cinquantina d'anni, forse mi vedrei con altri vecchietti rimbambiti a discutere di quale band abbia significato di più per noi umani.



giovedì 1 ottobre 2015

Roger Waters The Wall 1 ottobre 2015


Caro Ruggero, è chiaro che un colossal rock di queste proporzioni convince.
La storia musicale che ti porti dietro convincerebbe chiunque, figurati noi altri ultra cinquantenni, che ti seguiamo da quando eravamo ancora in fasce e le puntine Sennheiser già ballavano con Interstellar Overdrive e Arnold Layne.
Convinci perfino le generazioni dei ventenni di oggi che di Syd non sanno una beata cippa, eppure cantano con il dito alzato Comfortably numb e si commuovono con Hey You.
Sappiamo tutto di te, delle tue paranoie, di quella stramaledettissima seconda guerra mondiale che ti ha fatto male ma, non contento di aver realizzato The Wall, hai convinto anche gli altri membri della band a farne anche un seguito che si intitolava The Final Cut e che naturalmente non ebbe neppure lontanamente lo stesso successo.
Sarà stato che l’idea di privarti di quel sant’uomo di Richard Wright alle tastiere (solo perché non voleva anticipare il suo rientro dalle vacanze), ti ha tolto un po’ di ambientazione pinkfloidiana, o semplicemente volevi riaffermare una leadership mai in discussione?
Adesso che ho visto il tuo ennesimo The Wall, te lo posso confessare: c’ero fin dalla prima mondiale del film a Londra nel 1980. Ero lì in vacanza con il mio amico Attilio, e quel pomeriggio a Soho appena vedemmo il manifesto del film non ci perdemmo un attimo a decidere che in quella sala dovevamo esserci anche noi. La musica la conoscevamo già (il disco era uscito un anno prima), ma le immagini che scorrevano in quella sala londinese, quei suoni incredibili e soprattutto uno splendido Bob Geldof nel ruolo che hai dimensionato a tua immagine e somiglianza, credo che resteranno nella mia mente per sempre.
Poi ho visto (questa volta per televisione) lo spettacolo da solista di The Wall che hai portato in giro per l’Europa partendo dalla caduta del Muro di Berlino nel 1990. Ottima operazione di marketing!
Lì, oltre al muro, avevi già smantellato la band, ma quel concerto si avvalse di ospiti veramente incredibili, quali Bryan Adams, The Band, Cyndi Lauper, Joni Mitchell, Van Morrison, Sinead O'Connor, gli Scorpions e altri. Dicono che quella sera ci fossero oltre 400 mila spettatori: non so quanti concerti hanno avuto un riscontro simile.

martedì 3 marzo 2015

Il benefico Cerbero della musica italiana d'autore


E' un disco della maturità, del lavoro di squadra, della condivisione totale, della rinuncia al protagonismo smodato che caratterizza ogni campo del vivere quotidiano. In un mondo dove si parla di continuo di team work e di condivisione, questi tre menestrelli romani hanno accantonato l'egoismo e il primattorismo di esibirsi in solitaria per mettere a sistema le loro abilità di compositori, di esecutori, di poeti.
Ciascuno, con la propria sensibilità, ha messo il proprio 33% al servizio del progetto comune, ha accantonato l'egoismo di occupare il palco da solo, accontentandosi di una porzione di ciascuna canzone, ha rinunciato ad arrangiare il brano "alla sua maniera", secondo la propria anima musicale, e si è piegato al volere di una maggioranza resa perfetta dal numero dispari.
Ed è una lezione non solo musicale, ma di vita.Una lezione che ovviamente parte dalla musica, ma poi dà una carezza alla letteratura ("so immaginare una storia intera senza una sola parola vera"), si fidanza con la poesia ("L'amore non esiste, ma esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica, un abbraccio per proteggerci dal vento"), per annegare dentro il rock ("Vi presento il mio avversario, mi assomiglia più di un po', ha il mio identico frasario, ma lo spiazzerò"), per finire addirittura (è la sorpresa finale) dentro al cinema. Il rock si trova certamente dentro molti arrangiamenti, dentro le parole, perfino dentro l'interpretazione che contraddistingue in maniera singolare ciascuno dei tre componenti di questa band che ogni tanto gioca a ritrovar se stesso.

martedì 15 ottobre 2013

Il numero perfetto è quattro


So solo che quando partono la batteria e poi il contrabbasso e poi i primi accordi di piano di Dave Brubeck, poco prima che si innesti il sassofono che dà il riff di "Take five", mi immergo in un'altra dimensione.
So che se fai le cose fatte bene, non basta, c'è sempre chi le ha fatte o dice che le farà meglio.
So che quando dici qualcosa e sei certo di dire la verità, esce sempre un'altra verità alla quale non avevi pensato, oppure è solo un altro punto di vista.
Ma è bello saperlo accettare.
So di non avere tutti i punti di vista.
So che a metà pezzo, quando rimane per un pò solo la batteria, il contrabbasso e il piano di Dave Brubeck e il ritmo sembra finire, qualcosa mi manca, ma non riesco a capire bene cosa.
So che non è vero che la forma è forma e la sostanza sostanza, so che molte volte la forma è anche sostanza, ma spesso molti se lo scordano.
So che anche io me lo scordo, qualche volta.
So che questo rullante sincopato alternato al tocco leggero del piano presto dovrà finire o questa melodia potrebbe anche rischiare di lasciarmi in uno stato di perenne attesa.
So che molti lucani sono in un stato di perenne attesa.
Mi sembrano la batteria, il contrabbasso e il piano di Dave Brubeck.
So che molti non hanno coraggio, pur ostentandolo ai quattro venti, ma poi alla prova dei fatti si sciolgono come una pozzanghera di agosto, proprio quella pozzanghera che lo sanno tutti che alle prime piogge tornerà a riempirsi di nuovo e le macchine ci sbatteranno le ruote dentro nel passaggio, ma niente. L'acqua ritornerà a formarsi, magicamente.

venerdì 24 maggio 2013

Bruce Springsteen, Napoli, 23 maggio 2013




Piazza del Plebiscito è già in trepidante attesa da ore e ore prima delle 20, ora fissata per l’inizio della magìa.
La gente, consapevole delle previsioni del tempo, sta spesso con gli occhi alle nuvole minacciose, cercando, con lo sguardo della speranza, di allontanare la minaccia.
Sul selciato della piazza l’attesa è paziente: un concerto del Boss si aspetta sempre sapendo di essere, tutti insieme, protagonisti di un evento.
Poi, d’improvviso, alle 18 esce, a sorpresa, lui e la chitarra, senza fronzoli, senza farsi annunciare da nessuno, come un operaio qualsiasi che fa gli ultimi aggiustamenti sul palco, solo che questo operaio ha la chitarra e l’armonica, e comincia a cantare This hard land.
Appena la chitarra accenna le prime note, la piazza ha un sussulto in avanti, si sposta quasi a cercare un avvicinamento al palco, un po’ incredula di vederlo lì, da solo.
La terra dura inizia ad essere più leggera e a riempirsi di attesa, poi parte la seconda “Growing up”, al termine della quale finisce il più bell’antipasto che si potesse immaginare, Springsteen saluta con un “Tutto Bene”, ma sembra già di stare in Paradiso.
La gente adesso può ritornare a combattere le nuvole con gli occhi.
Alle 20,20 escono Nils Lofgren, Charlie Giordano e Roy Bittan con le fisarmoniche per regalare a Napoli: “O sole mio”, lui va a prendersi dal pubblico un cartello a forma di sole, e subito dopo attacca tutta la band con Long Way Home: il concerto è appena iniziato e già pare di stare in un sogno.
Come sempre nei suoi live, è l’energia a farla da padrone e, quasi senza soluzione di continuità, ecco le altre meravigliose perle alla collana musicale che l’artista sta cucendo: My love will not let you down, Out in the street e Hungry heart, per poi arrivare al blocco “standard” del tour, quello con le canzoni dall’ultimo Wrecking ball.
Le inquadrature dei giganteschi monitor laterali evidenziano, uno ad uno, tutti i componenti di questa leggendaria band, soffermandosi spesso sull’alter ego del Boss, quel Little Steven che lo affianca sul palco da decenni, un piccolo Buddha con la bandana e la chitarra.
Il Boss è già padrone di Napoli: potrebbe chiedere qualsiasi cosa ai 20 mila del Plebiscito e loro eseguirebbero senza esitare un secondo, rispondendo, come magnetizzati, dal cenno della sua mano che li invita a sottolineare con la loro voce i passaggi delle canzoni.
Bruce non stacca mai la spina tra un pezzo e l’altro, sembra non voler mai interrompere questa magìa, e solo le parole “one, two,three, four”, segnano il passaggio da un pezzo all’altro, ribadendo un feeling con i musicisti che si è perfezionato da anni di palcoscenico e migliaia di concerti.
Non è un concerto solo di chi sta sul palco, è un concerto di tutta la piazza, sono lì ammassati ai suoi piedi i protagonisti delle sue canzoni.