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domenica 12 giugno 2016

Un viale per cantare - dedicata a Gennaro


C’era un ragazzo che aveva il nome napoletano e il cognome di un fiore.
È nato qui, è vissuto qui, ha fatto la sua sfortunata vita in un luogo a metà tra la provincia e il sogno. Un luogo che, come tanti di questo paese, spesso è distratto dalle grandi problematiche e si dimentica delle condizioni dei suoi figli, salvo ricordarsene quando è troppo tardi: o sono emigrati altrove oppure se ne sono andati troppo presto.
Questo ragazzo mi fa venire alla mente il protagonista di un film che non ho dimenticato mai, “Un uomo da marciapiede”. Però non l’attore bello, interpretato dall’esordiente John Voight che per vivere faceva il gigolò, ma quell’altro un po’ più sfortunato, leggermente zoppo, abbastanza balbuziente e tremendamente solo, che nel film si chiamava Salvatore Rizzo ma  il cui soprannome era “Sozzo”.
E un po’ per il nome, un po’ per il personaggio, aveva tutte caratteristiche che ce lo hanno fatto amare appena lo abbiamo visto. Era interpretato da un meraviglioso Dustin Hoffman. Ci sono molte cose di “Sozzo” che mi fanno pensare a questo nostro amico. Anche lui aveva un particolare modo di camminare, non era zoppo, ma aveva quell’andatura che la riconoscevi prima ancora di vederne il viso. Di essere balbuziente, lo era un po’ anche lui. Solo che al nostro amico dal cognome di un fiore accadeva una cosa che solo la musica può regalare: quando cantava, come d’incanto spariva la balbuzie ed era in grado di tirare giù un tipo di musica che era una via di mezzo tra la canzone popolare potentina ed il blues. Io non lo so se questo genere lo abbia inventato lui, ma era capace di cantare canzoni di Michele di Potenza arrangiate a volte in stile rap e a volte con lo stile del delta del Mississippi. Io non ho mai visto una cosa del genere.

domenica 24 aprile 2016

Come Thelma e Louise


Una mattina di aprile la signora aspettava l’autobus. Era in piedi, alla fermata, dritta come l’obelisco egizio in piazza della Concordia. Mai – e dico mai – si sarebbe accomodata sulla lurida panchina che ospitava i passeggeri nell’angusta fermata dell’autobus a piazza don Bosco (già piazza Cagliari). E non cedette alla tentazione di sedersi su quella lurida panchina neppure dopo un’ora che aspettava. Doveva andare a trovare la nuora in ospedale, con la sua bella busta di plastica con le melanzane arrosto preparate dalle sue manine preziose. Ma quel maledetto autobus non passava. Allo scoccare dell’ora e un quarto di attesa, la signora prese una decisione cruciale. Decise di salire sul primo autobus che passava. Non importava dove andasse. Aveva aspettato talmente tanto che le andava bene qualunque destinazione, pur di salirci, su quell'autobus. Doveva andare all’ospedale e si ritrovò allo scalo inferiore. 
“Potenza centrale, Stazione di Potenza centrale”, gracchiava un altoparlante da dentro l'elegante palazzo ristrutturato della stazione. Scese dalle scalette dell’autobus sentendosi Nicole Kidman sulle scale dell’Ariston, mancava solo Carlo Conti che andasse a prenderla. Poggiati i suoi piedi al centro del piazzale dove l'autobus aveva scaricato i passeggeri si sentì come un’importante diva del cinema (muto, perché non c’era un rumore intorno) e si guardò intorno come fece Anita Ekberg nel film La dolce Vita. Ma non c’era né una fontana in cui bagnarsi né Marcello Mastroianni ad accompagnarla. E fu lì che si ricordò che si doveva fare un paio di foto tessere. Certi bisogni nascono dalle contingenze. 
Così entrò nei locali della stazione indossando un foulard e degli occhiali da sole come Thelma e Louise (tutte e due in una) e appena le si spalancarono davanti le sliding doors della stazione si sentì a un bivio della sua vita come Gwineth Paltrow nell’omonimo film,  allora fece il suo ingresso nella sala biglietteria sfidando con lo sguardo le operatrici delle FF.SS. che la guardavano come una diva. 
Dentro di sé pensò: “Che cazz tenèt da guardà”, ma non una sola parola uscì dalla sua bocca, erano i suoi occhi che parlavano e azzittirono l’intera stazione, marmi e orologi inclusi. Perfino i tabelloni che indicavano gli orari dei treni si fermarono, rapiti dalla attrice-casalinga di Verderuolo superiore. 
Con passo deciso e calcolato, si infilò dentro la macchinetta che faceva le foto, cambiando posa nei quattro scatti consecutivi, poi si rimise gli occhiali, si aggiustò il rossetto che non aveva (ma faceva tremendamente figo grattarsi l'angolo della bocca), scostò la tendina scura, uscì dalla cabina e si mise in attesa di vedere il suo capolavoro sotto forma di foto tessere dall’apposita fessura, attendendo lo sviluppo con gli occhi attenti sopra le lenti scure. Quando uscì la carta patinata con le quattro immagini, la prese toccandola solo sui bordi e soffiandoci sopra per fare asciugare le foto, poi si ammirò come Ava Gardner, sentendosi felice di essere capitata in un posto che non aveva più visto dal viaggio di nozze a Roma di circa 40 anni prima. 
Era serena perché la sua mattinata non l’aveva buttata via. Le melanzane sott’olio invece sì. La nuora poteva anche aspettare. Gliene avrebbe preparate delle altre. Forse. Adesso che si sentiva una diva, le sue attenzioni dovevano concentrarsi su cose più importanti. Quanto tempo nella sua vita aveva sprecato. Adesso sì che l’aveva capito, finalmente. E tutto grazie ad un autobus atteso una vita e poi preso a caso. 
Qualcuno a questo punto si potrebbe chiedere come avesse fatto a tornare a casa, ma questa non era ancora la sua preoccupazione principale. Doveva ricordarsi a cose le servivano quelle quattro foto, ma qualcosa si sarebbe inventata. 
Uscì nel piazzale di Cinecittà, pardon, della stazione, tentata di aspettare nuovamente l’autobus, ma capì che se l’avesse fatto, sarebbe arrivata a casa il giorno dopo. E una come lei non poteva più buttar via il suo tempo ad aspettare uno stupido mezzo di trasporto pubblico. 
Prese il cellulare e iniziò a comporre il numero di suo figlio Rocchino. Già, ma poi gli doveva spiegare come mai si trovasse alla stazione di Potenza inferiore. 
Centrale, sì ho capito, si chiama Centrale adesso
Allora ripose il telefono in borsa, si aggiustò il foulard, si sistemò gli occhiali da sole per bene sulla fronte e si diede un tono per pronunciare quella parola che in vita sua non aveva detto mai: “Tassì?”.
Quando salì sul taxi che era già pronto alla stazione, mentre pronunciava all'autista l'indirizzo con la migliore dizione che poteva, si ricordò che una volta suo marito era andato a funghi e quando era tornato le aveva detto che la vita è una cosa meravigliosa. E, per una volta, dovette dargli ragione.

sabato 2 aprile 2016

La signora degli Alberi



pezzo per www.talentilucani.it  -

Curiosa la leggerezza – o almeno questa è la sensazione d’impatto – con la quale in diverse città vengono abbattuti gli alberi ritenuti malati, o di qualche intralcio alla mobilità locale. Per fortuna non in tutto il mondo funziona allo stesso modo. 
C’era un ragazzo, che, fin da quando era piccolo, amava la natura e si preoccupava di tutti i fenomeni ad essa correlati: gli animali, il vento, la pioggia. Si nasce con certi istinti. Questo ragazzo aveva un sogno forse irrealizzabile, ma in fondo più i sogni sono difficili, più valgono la pena di essere studiati fino in fondo per cercare di realizzali: il ragazzo aveva l’ardente desiderio di fermare l’avanzata del deserto nel nord della Cina, dove viveva con i suoi genitori. Poi la vita, il destino, o cose del genere, nel 2000 hanno portato via da questo mondo il ragazzo, morto in un incidente. 
Da quel momento la madre ha deciso di accollarsi la ragione di vita del suo giovane figlio, strappato alla vita come un albero reciso con troppa superficialità, e fonda un’associazione dal nome piuttosto emblematico: Green Life. Lo scopo di questa associazione è quello di piantare alberi nel deserto settentrionale della Cina. Un’impresa che ai più sembrava pazzesca, irragionevole, perfino dispendiosa sotto l’aspetto economico. Ma l’amore inconsolabile di una madre e di un padre, e il desiderio di far rivivere il figlio attraverso la vita degli alberi, ha moltiplicato l’energia di questi genitori, che per dare vita al progetto hanno usato tutti i proventi dell’assicurazione ricevuti per l’incidente del proprio figlio. 
Piantare alberi in una zona desertificata non è affatto la cosa più semplice del mondo. Per farlo, Yi Jiefeng (questo il nome della madre) è ricorsa all’ausilio di diversi esperti che sono, pian piano, riusciti a trovare le modalità affinchè gli alberi piantati in terre arse potessero sopravvivere. E dal 2003 la signora Yi continua a sostenere la causa della sua associazione e, dopo aver dato fondo alle risorse iniziali, adesso l’associazione raccoglie fondi per arginare la desertificazione in varie zone della Cina e sono sempre di più i volontari che corrono in aiuto dell’Associazione. 
Secondo Yi Jiefeng la Cina ha un problema di desertificazione davvero grave. Se la situazione continua a peggiorare metterà in difficoltà la popolazione. Yi Jiefeng ha avvertito un vero e proprio senso di responsabilità e ha deciso di agire, per il bene della Cina e in memoria di suo figlio. L’associazione Green Life sta trasformando il progetto in qualcosa di molto più ampio: si piantano nuovi alberi in una zona desertica ma si lavora anche per diffondere una maggiore consapevolezza sul degrado del suolo. In Cina ampie praterie si stanno trasformando in zone desertiche a causa dell’aridità e della scarsità delle piogge. Colpa, probabilmente, dei cambiamenti climatici. 
Forse la Signora degli Alberi ha in mente questa speranza: ogni albero nuovo a cui regala la vita, è un soffio di respiro per il figlio che non c’è più ma che, attraverso quell’albero gli dona un piccolo sorriso. 
Una specie di conferma sembrò arrivare proprio dalla natura, poiché quando hanno piantato i primi alberi, dopo anni che non succedeva, in quella zona ha iniziato a piovere copiosamente. La donna guardando il cielo disse: “E’ il suo spirito che ci sta aiutando”. 
E da allora gli alberi piantati nel deserto non sono stati qualche decina e nemmeno qualche centinaia, e nemmeno diverse migliaia. Grazie all’azione energica della Signora degli Alberi e della sua associazione, gli alberi piantati in Cina sono ormai milioni. E da lassù il giovane Yang Ruize sorride per ogni ramo che si leva al cielo e gli arriva un po’ più vicino.

lunedì 21 marzo 2016

L'uomo con la maschera


Quando arrivai in casa di Casimiro ci trovai ufficiale giudiziario, poliziotti e impiegati notificatori. Dovetti dire che ero il cugino, altrimenti non sarei stato ammesso nell’appartamento. Quando si fa uno sfratto, meglio non avere intorno troppa confusione. Gli ufficiali giudiziari lo sanno, la polizia lo sa. Ma forse loro non sapevano che Casimiro è ammalato gravemente di fibrosi cistica. La fibrosi cistica altera le secrezioni di molti organi che contribuiscono al loro danneggiamento. A subire la maggiore compromissione sono i bronchi e i polmoni: al loro interno il muco tende a ristagnare e l' infezione e l' infiammazione tendono a portare all’insufficienza respiratoria. E così Casimiro, colto di sorpresa alle 8,30 di mattina da questa visita non particolarmente gradita, aveva sentito il bisogno di rimanere a letto, con un respiratore e una mascherina. Mi aveva chiamato dicendomi queste parole che mi fecero schizzare al Serpentone in pochissimi minuti: “Sono venuti, sono qui. Fai qualcosa per favore”. Lo sapevamo che sarebbe accaduto. Ne avevamo parlato a lungo le settimane precedenti. E così l’unica cosa che sentii di fare fu quella di chiamare tutti i mezzi di informazione di cui avevo i recapiti. E in pochi minuti la palazzina del Serpentone dove abitava Casimiro era piena di giornalisti, con tanto di taccuini e telecamere. Casimiro era un fuorilegge, come tante famiglie che abitano nel quartiere più degradato della città. Si era introdotto abusivamente in questo appartamento che trasudava umidità e aria cattiva da ogni poro delle sue pareti marce. Una casa che non avrebbe preso in considerazione nessuno, nemmeno quelli che ne avevano diritto in base ad una graduatoria, ovvero coloro a cui una casa spettava davvero. O forse no, ma questa è un’altra storia.
Mi sembrava crudele che, nonostante il peccato originale di cui si era macchiato, lo si dovesse cacciare senza alcun riguardo nei confronti delle sue precarie condizioni di salute. Casimiro aveva speso una parte dei suoi soldi a rendere quella casa abitabile. Direi meglio: respirabile, vista la sua malattia. E quella casa, che forse non sarà mai la sua casa, gli doveva quantomeno consentire, almeno fintanto che fosse stato tra quelle mura, di viverla senza acuire le sue già drammatiche condizioni. Le telecamere che arrivarono qualche minuto dopo furono cacciate anch’esse senza alcun riguardo. L’ ufficiale giudiziario disse che dovevano andar via tutti, che stavano intralciando il suo lavoro. Un reporter disse che anche lui stava facendo il suo lavoro e che la libertà di stampa è sacra, anche in un caso drammatico come quello. 

mercoledì 2 marzo 2016

Se fossi storia


Se fossi storia non sarei la rivoluzione francese. Non vorrei essere né dalla parte della regina a cui hanno staccato la testa, e nemmeno dalla parte dei rivoluzionari, affamati, arrabbiati, sviliti e, di conseguenza, violenti. Ho una certa considerazione per Robespierre, per il suo rispetto delle classi sociali più deboli, per il tentativo di salvare la democrazia anche a costo di pagarla con il prezzo di migliaia di vite, ma non sarebbe in lui che mi identificherei se dovessi scegliere una pagina di storia.
Non sarei la prima, né tanto meno la seconda guerra mondiale. Difficile identificarsi con l’olocausto, pensaci un attimo. Anche se è stata una materia che ti è entrata dentro come il gas nelle narici degli ebrei, come fai a immaginare di poter essere parte di quella vicenda?
Le guerre, in particolar modo le guerre mondiali, sono tra quelle pagine nelle quali non importa da quale parte ti schieri. Hai perso sempre.
Se fossi storia non vorrei essere le Crociate, perché mi sanno troppo di guerre di religione, ed è il tipo di guerra che ho odiato di più. Mi sembrano guerre che, nascoste falsamente sotto il nome del proprio Dio, servono a mascherare altri interessi, e sono pagine di storia che non mi piacciono particolarmente, e non perché a scuola tutto ciò che devi studiare ti piace poco per definizione, ma proprio perché  l’uomo certe pagine non dovrebbe mai scrivere.
E invece quante ne ha scritte? Anche nei nostri giorni fanno le crociate, e anche lì c’è qualcosa sotto che non mi ha mai convinto.  Se ci pensi anche quelli dell’Isis fanno quello che facevano i rivoluzionari francesi. Tagliano le teste.
La storia, quella più triste e cupa dell’umanità, si ripete. Ma questo lo aveva già detto qualcun altro.
La verità è che se dovessi scegliere di essere storia, preferirei non essere e basta. L’uomo ha dimostrato a se stesso, nel corso dei millenni, di non sapere nemmeno come rapportarsi alla storia e pertanto, di fronte a questo dubbio, la storia la ripugno.
E se potessi scegliere quale storia essere ne prenderei una che non esiste nella realtà, ma che è stata creata apposta da qualcuno che se l’è dovuta inventare per rifuggire dall’orrore di quella vera.
Se fossi storia allora non avrei nessun dubbio. 
Sarei una storia di fantasia. 

mercoledì 17 febbraio 2016

Come dentro a un film – post recensione di C’era una volta in America



Era l'inizio del 1984, ero ancora abbastanza giovane da giocare a pallone con porte improvvisate, ma abbastanza vecchio da permettermi di apprezzare i buoni film. Allora c’era Minà che imperversava nella tv italiana e quella volta in un programma che mi sembra si chiamasse “Blitz”, fece una visita direttamente al back stage dell’ultima scena del film C’era una volta in America, il film che proprio oggi, 17 febbraio (1984) uscì nelle sale americane.
Ricordo ancora chiaramente che la troupe della Rai fu ammessa nella villa dove Sergio Leone girò l’ultima scena, quella nella quale De Niro, risalendo le scale per accedere al piano del senatore Bailey (James Woods), entrò dalla porta di servizio, ingrassato  di oltre 30 chili appositamente per girare determinate scene di quel film. L’attore americano non era nuovo ad esperienze del genere, perché per Toro Scatenato di Scorsese di appena pochi anni prima (che raccontava la storia di Jack La Motta, pugile italo americano), aveva realizzato sul suo fisico la stessa trasformazione.
Appena entrò De Niro in scena, Sergio Leone fermò la macchina e si concesse ad un intervista a Minà, per parlare del film più impegnativo di tutta la sua carriera, un film che aveva richiesto circa dieci anni di lavoro. Fino ad allora non amavo particolarmente Leone, poiché non apprezzavo abbastanza il suo cinema western, ma di C’era una volta in America, vuoi per l’ambientazione più vicina ai nostri tempi, vuoi per il cast obiettivamente stellare, ebbi subito un’impressione folgorante, tant’è che, appena arrivato in Italia, lo andai a vedere con la piena consapevolezza che sarebbe stato un capolavoro.
È  difficile che capiti una cosa del genere prima di vedere un film,  anzi quando le attese sono così elevate non di rado succede che esci dalla proiezione piuttosto deluso. La scena che attesi con maggiore trepidazione non era relativa alle scene di maggior thrilling, ma quella che, nelle interviste di Minà, venne descritta da De Niro e Leone come “la scena più violenta di tutto il film”.
Fui enormemente sorpreso nel constatare che la scena era una normalissima riunione nella quale i membri della band erano seduti attorno ad un tavolo a bere un caffè, e De Niro girava piano il suo cucchiaio nella tazzina per circa 30 secondi guardando negli occhi tutti i presenti. Nulla di più: non una parola, solo immagini. Lì per lì la cosa mi incuriosì e basta, e pensai che l’aver individuato in quelle sequenze apparentemente normali, un'atmosfera particolarmente carica di tensione, ci voleva effettivamente una bella dose di fantasia. Ma quando in sala si presentò la scena in cui l’attore americano girò il suo cucchiaino nella tazzina, con il rumore assordante del metallo contro la porcellana e la tensione che correva negli occhi di tutti i protagonisti della pellicola, beh, forse è stato in quel momento che ho capito come pochi secondi di film possono rimanerti impressi per tutta la vita.
E oggi, dopo 32 anni tondi tondi, sono ancora qui a ricordare, fotogramma per fotogramma e decibel per decibel, ogni singolo frammento di quelle inquadrature.
Nei giorni successivi andai in giro per Napoli (dove studiavo) a cercare il poster del film da cui ne feci un enorme quadro  che ancora oggi adorna la mia stanza, e soltanto molti anni dopo, attraverso una moderno sito di aste on line, sono entrato in possesso del libro dal quale Leone trasse ispirazione, un libro che non viene più stampato da anni e non di grande valore per la letteratura americana: “Mano armata” di Henry Grey.  
E a volte, inconsciamente, quando prendo il caffè e giro il cucchiaio nella tazzina, capita anche a me di guardarmi intorno, solo che non ci trovo né James Woods, né Tuesday Weld, né William Forsythe, ma mi sento ugualmente come se facessi anch’io una piccola parte dentro quel film.  Effetti di un cinema che non uscirà mai più dalle nostre vite.

lunedì 18 gennaio 2016

Eppure ci manca sempre qualcosa.



Non è quello che si pensa comunemente.
La bellezza non è perfezione dei lineamenti, e nemmeno dei movimenti, non è la lunghezza delle dita o delle gambe, non è un naso piccolo e ben disegnato.

La bellezza è il ragazzo che aiuta la donna anziana a portare la spesa a casa senza che nessuno gliel'abbia chiesto, e poi vedere il sorriso della donna, sorpresa e ammirata non solo per il gesto, ma perchè ormai non lo fa più  nessuno. E' uscire dalla porta con un inchino mentre lei vorrebbe offrirgli qualcosa per ricambiare la cortesia, ma lui risponde: magari un'altra volta, e così dicendo le fa una promessa implicita che se dovesse ricapitare, la aiuterebbe ancora.

La bellezza è il contadino che torna a casa la sera stremato di fatica e con la schiena a pezzi che trova la moglie che gli fa trovare l'impacco di acqua calda, alloro, arnica e coriandolo per alleviarne la fatica. E poi cenano assieme, in silenzio, perchè è nel silenzio che si dicono le cose migliori.

La bellezza la trovi nel sorriso di un anziano che, mentre stai litigando con la tua ragazza, ti guarda e poi fa segno al cielo, e ti sta dicendo con gli occhi di fare altrettanto e tu capisci in un momento che non serve prendersela con lei per qualche stupida ragione, che è importante sapere godere delle piccole cose come una giornata di sole dentro un inverno freddo. E allora ti fermi per un attimo da quella improbabile litigata, e poi viene da sorridere anche a te e finisce tutto lì, e ti senti sciocco per aver iniziato quella discussione. E la abbracci.

Ecco cos'è la bellezza.

La bellezza è una situazione perfetta, non un corpo perfetto.


domenica 20 dicembre 2015

La città svelata. Potenza, 19 dic. 2015 Teatro Stabile


La città svelata. Ma direi anche: la città più consapevole. I racconti che sono stati immessi in questa pubblicazione sono tutti sinceri e schietti come il vino che abbonda sulle nostre tavole. 
Quelli che ci hanno messo la penna non hanno fatto una operazione di puro amarcord in salsa malinconia. I racconti sono stati scritti senza fare sconti e hanno messo a nudo un luogo che, forse per la prima volta, si svela per tutto quello che è nella realtà, con tante luci ma anche tante contraddizioni, emergenze, interrogativi.
Chi ha scritto, ha raccontato a volte le memorie di luoghi smarriti o nascosti in una città che aspira a diventare grande, ma inciampando spesso lungo il cammino, forse per la troppa fretta.
Altri hanno raccontato di persone che sono invecchiate o che non ci sono più e che rivivono nella narrazione con una luce diversa perfino da quella che hanno conosciuto quando erano in vita. È il potere della sublimazione del racconto, che fatalmente altera il reale per circondarlo di una cornice d’oro. Questi sono i racconti che meglio interpretano il senso profondo del libro: quello che tende alla riscoperta di una città che non è più quella di un tempo e che, proprio per questa ragione, va svelata per significare com’era a chi non l’abbia vissuta, o per farla rimembrare ai tanti che l’hanno conosciuta e l’hanno accantonata nella soffitta dei loro ricordi.
Poi ci sono altri racconti che invece si proiettano in un’operazione più funambolica, di fantasia e di irrealtà, pur mantenendo ovviamente i contatti con luoghi e personaggi esistiti realmente.
Durante la serata di presentazione del libro qualcuno ha detto che un luogo, fortificato dal racconto, è meglio in grado di resistere. Resistere è una parola dura. Fa pensare ad un’invasione, ed alla conseguente necessità di doversi difendere, con ogni mezzo. Io che sono un visivo, mi immagino il fortino della città attaccato da mille forze che vorrebbero sopraffarla, e al suo interno uno stuolo di cittadini che si armano come possono per non farsi prendere, per tenere alto il baluardo della difesa, mettendo muri di parole addossate alle porte d’ingresso.
Poi ecco che si materializzano, con una chiarezza quasi ultraterrena, un paio di simboli veri della resistenza, al di là di ogni mia più fervida immaginazione.
Mentre percorro a piedi Santa Maria per recarmi all’appuntamento con La città svelata, passo accanto a due negozi situati sotto al livello della strada, di quelli che per arrivarci devi scendere tre o quattro gradini. 
Dalla strada vedo un bimbo, cinque o sei anni, non di più, attaccato ad un gigantesco bancone di vetro a chiedere al negoziante qualcosa: il segno tangibile, in una immagine sola, di quanto si possa resistere al cambiamento anche mandando il proprio piccolo a fare la spesa al negozio sotto casa. 
Il secondo simbolo della resistenza, a pochi metri di distanza dal primo, si trova all’interno di una macelleria. Non ho visto il proprietario, ma nel camminare piano, mi è risultata chiara la scritta da lui realizzata con il nastro adesivo nero sul muro dietro il bancone, che simboleggia un altro tipo di resistenza, quella dall’invasione dei grandi centri commerciali e dalle catene della Grande distribuzione. In questo negozio, anch’esso posto tre o quattro gradini sotto il livello della strada, il macellaio aveva realizzato una scritta indirizzata evidentemente alla sua clientela che diceva: “SE MI LASCI NON VALE”.
Ho trattenuto quell’immagine dentro ai miei occhi sorridendo mentre procedevo, e pensando dentro me: ecco cosa vuol dire resistere veramente.
Ed ho pensato anche che forse il nome stesso del teatro di questa città sta a simboleggiare un destino che dovremmo cercare di preservare con maggiore convinzione.

lunedì 14 dicembre 2015

Chiamatemi Ismaele



Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente - avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte aquorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione.

Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto: questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. 

Soltanto nell’assenza di terra risiede la verità più alta, senza rive, senza limiti, come Dio, 
e per questo è meglio morire in quell’immane infinito che ingloriosamente farsi gettare dal
vento a terra, anche se quello sarebbe l’unico sistema per salvarsi. Sarà vana tutta questa
agonia?, oh, terrore terribile. E allora coraggio, coraggio, Bulkington! Aggrappati al timone,
semidio. Il tuo trionfo balzerà verso il cielo, su dalla schiuma del tuo morire d’oceano
(H. Melville)
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Fin qui Melville. Ci sono poi delle musiche che da sole sostituiscono le parole, anzi sanno fare meglio di esse. Non importa cosa dicono e neppure cosa vogliono dire, ma l'orecchio che viene accarezzato da certi canti (non saprei meglio definirli, giacchè i termini melodie, o canzoni, oppure brani, non mi sembrano neppure da prendere in considerazione), insomma certi canti sembrano provenire da altri pianeti, e quando pensi ai pianeti pensi a dei globi posti al di sopra di noi, e sei portato a guardare in alto. Sicchè da una parte ti giunge questo canto, dall'altra alzi istintivamente il capo e lo sguardo a cercare quel luogo magico da cui proviene, infine gli occhi si arrendono al suono e si chiudono, poichè qualunque immagine che si frappone tra il suono stesso ed i timpani accarezzati sembra essere di troppo. 
Ed in quel posto lì ci vorresti restare giusto il tempo per capire quale Dio possa aver creato un simile miracolo.

venerdì 11 dicembre 2015

Il Segreto di Babbo Natale


Quando arrivò la sera del 24 dicembre Leonardo non riusciva a prendere sonno. Aveva sette anni e dal giorno di Natale dell’anno prima continuava a ripetere a se stesso che quello era un momento che non si poteva perdere.
La venuta di Babbo Natale dentro casa era un avvenimento troppo importante per lasciarselo scappare. Non era il regalo in sé, che pure aveva aspettato per alcuni mesi, ma il sonno non gli veniva perché troppo grande era il desiderio di vedere l’uomo più importante della sua vita dopo il padre, intrufolarsi in casa - non aveva ancora capito bene da dove - e lasciare qualche pacchetto per lui e suo fratello.
Un anno prima, era ancora troppo piccolo per capire. Era andato a letto la sera del 24 dicembre, dopo aver fatto gli auguri alla mamma ed al papà, e il mattino dopo aveva trovato sotto l’albero un pacco grande per il fratello maggiore e uno più piccolo dove c’era scritto il suo nome.
La mamma aveva dovuto fargli controllare che su quel pacco il nome fosse proprio il suo, che era veramente indirizzato a lui e che non c’era nessun errore. L’indirizzo era quello, la casa era quella, e quando Leonardo aprì il pacco, tutto contento di essere stato nei pensieri di Babbo Natale, trovò effettivamente quello che aveva chiesto. Aprì la scatola con le sue piccole mani, scartò prima l’involucro di carta con i disegni delle renne, poi il cartone che ricopriva il dono, non capì immediatamente come si facesse a farne uscire il contenuto.
Per quello che lo riguardava, il regalo poteva essere contenuto anche in una busta bianca di plastica, tipo quelle che la madre portava a casa dal supermercato, aprivi la busta ed uscivano caramelle, panini, e tutto quanto, senza troppe difficoltà.
E fu così che, da quel preciso momento, una domanda gli era scattata prepotente come il desiderio di riceverlo: come faceva Babbo Natale ad azzeccare tutte le case e tutti i regali per tutti i bambini che glieli chiedevano?
Così fin dal Natale passato questa domanda gli frullava per la testa, senza che riuscisse a trovare una risposta. Qualcuno gli doveva dare una mano.
Il giorno dopo, sperando di risolvere l’enigma, decise di chiedere al fratello maggiore. Pensò che lui, di ben tre anni più grande, certamente ne doveva sapere di più.
- Senti Michè, ma tu come te lo spieghi il fatto di Babbo Natale?
- Quale fatto Leonà?
- Cioè che Babbo Natale arriva puntuale a casa di tutti i bambini, non sbaglia mai un regalo, ma come fa? Pensa a tutti i bambini del mondo, ma qual è il suo segreto per arrivare in tempo a consegnare tutti i regalini?
Michele lo guardò, sorridendo, e non rispose e se ne andò senza dargli alcuna risposta.
Questo silenzio aumentò ancora di più la sua curiosità.
Cosa c’era in Babbo Natale che non si poteva sapere? Perché nessuno gli dava una risposta?
Da quel momento si mise in testa che doveva scoprirlo, e spesso chiedeva al padre o alla madre: Quanto manca per arrivare a Natale?
I genitori pensarono che il bambino facesse quella domanda per avere un altro regalo, non immaginavano nemmeno lontanamente che a lui non interessava tanto il dono di Natale: lui adesso voleva il regalo più grande: scoprire il vero Segreto di Babbo Natale!

mercoledì 25 novembre 2015

Uomini e donne sono diversi



Una delle cause che spiegano in parte i meccanismi di violenza sulle donne è rappresentata da un grave deficit di comunicazione fra i due sessi. Lo spiega bene Deborah Tannen, sociolinguista americana in questo saggio "Ma perchè non mi capisci?" (Sperling & Kupfer, 2004).
Uomini e donne sono diversi, ma sembra che di questo semplice principio non ci si sia ancora resi conto abbastanza.
Fin da piccoli, infatti, femmine e maschi sviluppano due approcci mentali al linguaggio e al suo utilizzo così differenti da rendere difficoltosa la comprensione reciproca.
Rendersi conto dell’esistenza di queste diverse modalità di comunicare eviterebbe giudizi affrettati, rimproveri e incomprensioni che, a volte, si trasformano nell’anticamera della fine di un rapporto sentimentale, oppure, come sappiamo, in atti di violenza vera e propria.
Valorizzare lo sforzo che l’altro sta facendo per essere solidale con noi renderebbe la comunicazione sicuramente più efficace e si trasformerebbe in uno strumento utile, oltre che per risolvere il problema in sé, anche per rafforzare il rapporto di coppia
Di certo c’è la necessità di rielaborare un mezzo – la comunicazione – che è un importante veicolo di intesa e di legame tra le persone e soprattutto con le persone dell’altro sesso.
E’ riduttivo presupporre che non esistano differenze negli stili di comunicazione. Queste differenze esistono, eccome! E nelle relazioni tra uomini e donne è anche necessario identificarle e capirle. E' l’unica strada per trovare insieme soluzioni a situazioni che possono diventare irreversibili, come spesso la cronaca ci racconta. 
Quando uomini e donne parlano tra di loro, ciascuno si attende una risposta precisa: la conferma delle proprie sensazioni.  Quando la risposta non è conforme alle aspettative personali, diventa un ostacolo. Subentra la rabbia, l’imbarazzo e, peggio ancora, la disapprovazione. 

martedì 10 novembre 2015

Se fossi geografia



Se fossi geografia sarei un’isola. Non un’isola grande, e neppure troppo vicino al continente, come la Sicilia, o facilmente raggiungibile da un’isola vicina, come la Corsica. Sarei un’isola sperduta in mezzo al mare, lontano dalla terraferma. Già la terraferma. Così si chiama il continente, infatti l’isola non è una terraferma, è una terramobile in balia delle onde del mare e non ha nessuna polizza di assicurazione contro il rischio di essere trascinata via dalla corrente, sta lì senza alcuna protezione, e il mare può farne quello che vuole, la può percuotere d’inverno oppure accarezzarla con la bella stagione, ma lei non se ne cura dell’umore del mare, della forza del vento, del rischio di essere spazzata via. Cazzuta e impertinente.
Se fossi geografia sarei un’isola impervia, non di facile attracco per le imbarcazioni, di porto non se ne parla proprio, perché vorrei stare lì, tranquillo, a rischiare di vivere la mia vita libera, senza i confini ristretti di chi ti sta troppo vicino, senza l'appiglio sicuro di una penisola e senza correre il rischio che uno si svegli una mattina e dica: andiamo un po’ su quell’isola.
Sarei un’isola dove, se decidi di venirci, non lo puoi decidere dalla mattina alla sera, lo devi pianificare per tempo, e prendere tutte le precauzioni, e sapere su quale lato dell’isola puoi attraccare, perché non tutti i lati sono favorevoli, e forse devi lasciare anche la barca un po’ più lontano e raggiungerla con una barchetta più piccola, dove al massimo ci vanno due, tre persone. Sarei un’isola piccina, però alla fine, sarei ospitale con quei pochi, pochissimi che dovessero decidere di affrontare il viaggio, l’attracco e la visita ad un’isola piccola e nemmeno poi così famosa, perché la vita mi ha insegnato che gli sforzi di chi passa a farti visita vanno sempre onorati.
Si, se fossi geografia sarei l’isola di Pitcairn, quella dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty. Perché proprio Pitcairn? Perchè è l'isola che si trova ad una distanza superiore a quella di qualsiasi altra isola dalle coste continentali, e non esistono approdi né aeroporti.
Forse anche perché ancora oggi, su quell’isola ci sono 67 abitanti in tutto, discendenti diretti di quelli che si ammutinarono.
Sì, se fossi geografia credo che vorrei essere un’isola piccola e cazzuta come quella, avere quel nome lì, un nome che non conosce nessuno, tranne 67 persone che la abitano, e anche se porto un altro nome ha poca importanza, in fondo.
Se decidi di venire, ti dò le coordinate giuste, potremmo passare del tempo a chiacchierare con qualcuno di quegli abitanti e farci raccontare com'è andata quella storia dei loro avi che si ammutinarono e che poi rimasero lì, a guardare il mare per anni. In fondo per vivere bene ci basta una storia. Non venite più di due o tre però. Da queste parti parlano sottovoce. 

lunedì 2 novembre 2015

Racconto per "Women in Wine" - Venosa, 30 ott. 2015 (*)

    

1.
Lavoro in un wine bar che si trova in una stradina adiacente alla piazza principale del mio paesino. Poche migliaia di abitanti, d’inverno il clima non aiuta, le strade sono spesso deserte, si esce poco, ma certi sabato sera d’estate ci sembrano il Carnevale di Rio.
Un pomeriggio di fine estate, mentre stavo pulendo la macchinetta del caffè, entrò nel locale un uomo con una piccola guida della Basilicata in mano e, senza nemmeno salutare, chiese direttamente: "un caffè macchiato". Inversamente alla sua palese fretta, mi girai lentamente, lo guardai e, ignorando per un attimo la sua richiesta, lo accolsi con un convinto: "Buongiorno!"
Lui, mortificato, si scusò, disse che stava andando di fretta perché stava per partire il pullman per il castello di Venosa. Allora sorrisi, mi asciugai le mani sul grembiule e gli dissi:
- Il suo pullman ormai è partito, ma non si preoccupi, ne partirà un altro tra trenta minuti esatti. C’è una strana puntualità nei nostri paesini, ma lei è fortunato: il caffè la ripagherà della delusione. Io mi chiamo Sonia. Lei da dove viene?
Mi disse di chiamarsi Emilio, che veniva dalla provincia di Torino. Che aveva una compagna lucana e che era venuto in Basilicata per la prima volta per cercare di chiarire qualche incomprensione..
E certo, i rapporti a distanza.. E poi lei doveva avere proprio un bel caratterino….
- Allora – dissi -, visto che non le posso fornire alcuna indicazione sulle donne locali perché ci ha già avuto a che fare, adesso che ha qualche minuto, se vuole le dico un attimo cos’è questa terra, che invece ancora non conosce. A lei la pizza piace?
Fece una faccia strana, come per dire: "che c’entra la pizza?", ma rispose: "Si, certo".
- Bene, allora le spiego la Basilicata come se fosse una pizza. Una capricciosa. Ha presente, no? Quella con un sacco di ingredienti.
L’uomo mi guardava come se avesse appena visto una marziana.
- Si, perché, vede, nella nostra Basilicata a nord ci trova i carciofi, verdi come i boschi del monte Vulture e i laghi di Monticchio, due laghi asimmetrici, come se il pizzaiolo non avesse ben dosato le proporzioni.  A ovest ci trova le olive verdi come i monti dell'area di Potenza, con il capoluogo, città verticale per definizione.  A est la pizza si fa morbida e pianeggiante, e si riempie di gustosa mozzarella come i bianchi calanchi di Aliano e la piana di Matera, dando vita ad un tripudio di gusto e sapori che la riportano alla più antica delle civiltà dell'uomo.
E infine il sud della pizza – pardon, della regione - degrada verso il mare. Il Tirreno e lo Jonio la bagnano, cullandola come l'olio che ne assembla gli ingredienti. E io, da buona lucana, su questa pizza capricciosa - lei mi permetterà – aggiungo un bel tocco di lucanità, e cioè un paio di peperoni cruschi sbriciolati, rossi come i nostri tramonti.
E lì lo guardai direttamente negli occhi:
- Ma lei li conosce i peperoni cruschi??
Dalla faccia dedussi che non ne aveva nemmeno sentito parlare.
- Non si preoccupi, a Venosa certamente li troverà e li gusterà. Comunque, lei in questi posti ci ritornerà. Capita a tutti.
A quel punto mi alzai e tornai dietro al bancone. Lui mi guardava meravigliato, un po’ frastornato, ma con l’aria incuriosita.
- Io oggi ho la mezza giornata libera, vuole che la accompagni io?
Continuava a guardarmi piuttosto meravigliato, ma dall’espressione non mi sembrava che la mia offerta gli dispiacesse.
- Mi dia solo il tempo di mettere a posto delle cose. E ovviamente di prepararle il caffè. Macchiato, vero?

2.
Entrati al castello di Venosa, fummo investiti da odori e rumori tipici di una festa dedicata ai sapori lucani. Emilio mi disse che una delle ultime volte che aveva sentitola sua ex compagna, prima che non rispondesse più al telefono, gli aveva comunicato che gestiva uno stand proprio a questa festa, ed era quello il motivo per cui si era precipitato qui.

martedì 8 settembre 2015

Un barlume di verde


Quando finisce l'estate, eppure hai la certezza che non sia ancora passata, quando le giornate si accorciano ma sono ancora abbastanza lunghe da stare in giro fino a tardi, quando il tepore sulla pelle ti dá ancora un brivido, quando le piogge non sono ancora così lunghe da farti pensare all'autunno, quando ti senti coinvolto da quel momento che sta tra il caldo e il l'umidità: allora è arrivato settembre. Dicono: Ecco, adesso sì che è finita l'estate.
Dicono: E adesso come lo affrontiamo l'inverno?
Dicono: Dura sempre troppo poco. Come quando fai la scampagnata la domenica, e ti svegli presto, e l'aria del bosco si rinfresca prima e quando il sole tramonta ti sembra di essere lì solo da pochi minuti. E devi venir via. Tutto sta nei colori. Sono quelli che ti fregano. Ingannano. Quel verde incipiente dei prati, delle colline che fiammeggiano sulla strada, non potevi vederlo con il sole forte. Ma adesso che il sole si è abbassato un pò, lo noti di più. Il verde.
Per cadere le foglie è ancora presto. Per il marrone è ancora presto. Adesso è il verde l'attore principale, è il suo momento.
Dico: Hai notato che di questi periodi anche gli occhi sono più verdi? Quel colore ti si stampa negli occhi come un francobollo, se tenti di scollarlo, si tira via tutto l'iride, allora lo lasci lì. Incollato, appiccicato. Non fa male. Ti dà luce, ti aiuta a capire che quel calore bestiale è partito per altri posti.
Dicono: adesso dobbiamo riprendere le coperte.
Dicono: i maglioni.
Dici: E se non ci sarai più?
Dico: Ci sarò. Forse ci sarai anche tu. Farai molti giri in macchine dai vetri appannati, siederai con una scusa sui sedili posteriori per stare più larga, andrai in posti vecchi che conosci già e non ci troverai nulla di cambiato, e poi andrai in posti nuovi che ti sorprenderanno, e nuovi occhi ti stupiranno, nuovi colori ti si stamperanno negli occhi, e forse penserai che non ti si sono incollati, e invece si, te li vedono tutti. Ma poi cadranno con la primavera. Come i dentini di un bambino, per lasciare il posto a nuovi colori. E non ti faranno male. E l'estate ti riporterà indietro assieme a quel vento tiepido di aprile che passa silenzioso sotto le porte chiuse.
Dici: Ma sei sicuro?
Non rispondo e ti guardo soltanto, con il mio solito, mezzo sorriso. Poi guardo fuori, la campagna. Negli occhi, inevitabile, un barlume di verde.

venerdì 31 luglio 2015

Fotografie scritte



Già, una stilografica. Segno di un tempo che quasi non c'è più.
L'inchiostro sostituito da quadratini bianchi da pigiare piano, che poi, magicamente, diventano parole.
Invece l'uso della penna è un'arte prima di tutto amanuense. Dopo aver imparato a scrivere, dovevi anche scrivere bene, che è un'operazione di per sè artistica. Indipendentemente da cosa scrivi.
E' artistico perfino compilare la lista della spesa, se ci metti attenzione, e dedizione.
Un etto di macinato, due filoni di pane.
C'è quello strano e personalissimo modo di impugnare la penna con tre dita - pollice, indice, medio - e poi iniziare questo strano rito di muovere e roteare e piegarla sulla carta fino a formare una serie di segni che, accostati uno all'altro - al massimo separati ogni tanto da un piccolo spazio - davano il senso compiuto alla frase.
Era un fenomeno così individuale, soggettivo, che a volte chi leggeva doveva interpretare quei segni, messi così, a seconda del proprio gusto, del proprio stile.
Oggi invece.. tic, tic, tic, barra spaziatrice, tic, tic, tic.
Non c'è più bisogno di interpretare la scrittura, tutto uguale, tutto omologato, nessuna possibilità di non capire cosa c'è scritto.
Va bene lo stesso, c'è solo un pò meno fantasia, meno tecnica, il polso non si piega, non rotea per fare curve, punti, virgole, segmenti orizzontali sulle "t" o nelle "z", e via discorrendo.
Quelli che scrivono un sacco di parole che poi raccontano delle storie si chiamano "scrittori", e poi quando sono bravi qualcuno sente di contraddistinguerli ancora meglio, dicendo: "con la S maiuscola".
Poi ci sono quelli che scrivono un pò meno parole, sono più descrittivi, più esatti per così dire, e parlano di cose meno allungate nello spazio e nel tempo.
Li chiamano poeti. In genere, non distinguono tra iniziale maiuscola e minuscola, come se fosse che tutti hanno una loro precisa qualità.
Cosa raccontano i poeti? Raccontano storie anche loro, certo.
Solo, sono storie più piccole, ma sempre intense, forti.
Per il fatto di essere brevi, devono avere una cura ancora più puntuale delle parole usate.
I poeti sono, innanzitutto, dei ricercatori di parole, poi anche di sensazioni.
Il poeta fa una fotografia, lo scrittore fa un album di fotografie.
Il poeta fa un cortometraggio, lo scrittore un lungometraggio.
Il poeta é la sintesi, lo scrittore é l'analisi.
Il poeta ti porta in un luogo, lo scrittore ti porta attraverso una moltitudine di luoghi.
Il poeta é un centometrista, lo scrittore un maratoneta.
Due mondi diversi, ciascuno con la propria, ineluttabile identità.

martedì 24 marzo 2015

Booktrailer Donne che spostano il traguardo



Interpreti: Giusj D'Alfonso, Donata Manzolillo, Alice Verrastro, Elio Coluzzi.
Riprese e montaggio: Donato Colangelo-Lucania.tv. 
Musiche: Renanera.

Girato a Potenza in Contrada Cavaliere e presso Ristorante C'era Una Volta
Regia: Dino De Angelis



Donata Manzolillo

Giusj D'Alfonso
Alice Verrastro

mercoledì 4 marzo 2015

Fidarsi della fantasia


Ebbene si. Ci sono ricascato.
Va bene lo ammetto, me ne pento. Ma intanto l'ho fatto. E non si torna indietro. Non al punto in cui sono arrivato.
C'è un limite oltrepassato il quale, riavvolgere le lancette del tempo è impossibile.
E io quel limite l'ho passato.
Non ci riesco. E' più forte di me. Se vedo una cosa, o se sento una cosa, perfino se vivo una cosa che mi segna - non deve essere necessariamente qualcosa di eccezionale o di particolare, ma di sicuro mi deve dire qualcosa -, poi mi viene voglia di scriverla.
Di unirla ad altri frammenti scritti prima, o ad altri che verranno dopo.
E così nasce la dipendenza. Se son capace di uscirne? Si, credo di si. Dipende da quel che offre il mercato. La vita. Se abbia di meglio da fare che stare stupidamente ad osservare il mondo, oppure se concentrarmi su quello che dovrei fare io.
Ma intanto è diventata una cosa che a tratti non si può controllare.
Mi muovo con un taccuino con un elastico. No, non c'entra Hemingway, dai, non volevo dire quello. Non esageriamo adesso. Ma la memoria da tempo mi fa brutti scherzi, e allora la frego con la penna e la carta. A volte vorrei saper disegnare, cazzo. Invece niente: mi escono solo sgorbi. Non si capisce cosa volevo dire. Mi resta solo la parola per immortalare un pensiero su carta.
L'importante è che non siano pezzi di carta sparsi. Quelli fanno una brutta fine, lì in fondo alle tasche dei pantaloni. Ho provato anche a dar loro una dignità diversa, mettendoli nel portafogli. Cioè nel posto dove si tengono le cose importanti. Carte di credito, soldi, l'ultimo messaggio che mi ha scritto lei. Ma col tempo questi pezzetti di carta perdono di importanza, sovrastati dalle altre carte, mentre immortalate nell'agendina, non perdono mai valore, le ritrovo ogni volta che voglio. Ogni cosa deve stare al suo posto.
Dicevo? Si, che ci sono ricascato.
Non è un brutto vizio, alla fine. Mi fa stare bene, mi commuove perfino, a volte. Se spero che piaccia anche ad altri? Non importa. Purchè abbia regalato a me dei momenti intensi.
A cosa serve, in fondo vivere, senza vivere certi momenti?
E che importa che Alfonsina, Moran, Flaminia, Mary Louise, Sandro e la professoressa Magnani non esistano nella realtà?
Io posso dire che queste persone le ho conosciute, in un mondo di fantasia, forse, ma erano così reali da svegliarmi di notte e farmi alzare per andare a vedere come stavano, se tutto era a posto, oppure ancora lottavano con quella malinconia passeggera..
Scrivere è un'illusione, ma solo fino a un certo punto. Certe illusioni fanno più male della realtà, a volte.
E' proprio vero che non ci si può fidare nemmeno più della fantasia. E invece io ho scelto di farlo. E non mi è andata nemmeno così male.
Buonanotte a voi. E buonanotte a me.
In fondo esserci ricascato, non è stato poi così sbagliato.

giovedì 26 febbraio 2015

Message in a bottle


Facile arrivarci? Nemmeno per sogno.
Circondati da grandi infrastrutture, una lunga autostrada da una parte che porta verso nord ovest e una lunga autostrada dall'altra parte che porta verso nord est, la regione è come imbalsamata dentro un imbuto di montagne, colline e mare. Come un misterioso pezzetto di carta dentro una bottiglia.
Al suo interno una superstrada la attraversa a metà come quando tagli la pizza prima di dividerla in quattro.
Così come la Basilicata è divisa in quattro pezzi, una specie di pizza geografica con tanti gusti. Come una capricciosa. Ma senza capricci.
Come tutte le cose buone, anche la Basilicata devi faticare per raggiungerla, non te la trovi "di strada".
Devi sapere di volerci andare, e devi mettere insieme un pò della tua volontà per venire a prenderla, assaggiarla, portartene con te un pezzo quando te ne allontani.
Il pezzo che ti porti via è una domanda che ti resta dentro e ti rimane lì come una scheggia piacevole che continua a solleticarti per settimane, mesi, finchè non senti - un giorno che stai facendo una cosa qualunque - il desiderio di ritornarci.
Quei paesaggi verdi, quei bianchi calanchi, quelle valli sterminate, quelle lingue di terra dai colori vivaci, quel mare cristallino e quei palazzi antichi dell'entroterra, stanno esercitando su di te un richiamo come le sirene di Ulisse.
Sei proprio tu quel viaggiatore alla ricerca di risposte, quel navigatore sorpreso da un mare che ti riporta a galla, come quel messaggio dentro la bottiglia che hai lasciato chiusa sul lungomare di Nova Siri, ed è allora ti chiedi come mai non l'hai aperta quella bottiglia, e non ne hai estratto quella carta ingiallita che poteva darti le risposte che cercavi su quella terra strana e misteriosa.
Che forse, se quella bottiglia l'avessi aperta, adesso in questa terra forse ci saresti rimasto un altro giorno. Un giorno che ti serviva a conoscerla meglio, a scoprire qualche altro dei suoi segreti.
Ma non è ancora troppo tardi. Non è troppo tardi per andare a ricercare quel messaggio nascosto nella bottiglia.
Potrà avere il colore azzurro del mare, perchè è rimasta lì sopra a lungo sospesa e cullata dalle onde.
Oppure il colore verde delle montagne che su quel mare si specchiano.
O forse avrà il colore marrone scuro degli occhi di quella ragazza che un giorno, a ristorante ti chiese se lo sapevi veramente, quel viaggio che stavi facendo, dove ti stava portando.
La troverai sempre qui. Non la ragazza, intendo. Si, certo, anche quella, se nel frattempo non è emigrata anche lei.
Secondo incrocio a destra, poi sempre dritto sulla 407, non ti puoi sbagliare.
Come a tagliare a metà una pizza capricciosa.

mercoledì 10 dicembre 2014

Una storia di emarginazione


Vorrei tanto che questa storia fosse una storia inventata.  Vorrei che fosse stata concepita soltanto dalla nostra fantasia, e anche in questo caso avrebbe la funzione di insegnarci qualcosa.  Figuriamoci se fosse vera.
È una storia che trae origine dal luogo in cui è ambientata: il quartiere di Bucaletto alla periferia di Potenza. 
Una baraccopoli fatta di mille contraddizioni, in cui la povertà a volte si affianca all'illegalità.
Bucaletto fu creato per dare una dimora momentanea a chi, reduce dal terremoto, aveva perso la sua casa, ma oggi è diventato il posto dove tanti hanno  finito col crescere i propri bambini. Quei bambini di ieri sono diventati gli adulti di oggi, qualcuno di loro ancora si aggira senza lavoro e senza famiglia tra i vicoli del quartiere alla ricerca di un lavoro, ma prima ancora, di un contatto umano.
E  quei prefabbricati che sono ancora lì, tra il cielo nero e l'autostrada, ospitano ancora tanta gente che non sa cosa sia una casa "normale".
Certo c’è anche chi ha un lavoro e una famiglia, ma c’è ancora qualcuno che vive da solo e capita che, a volte,  possa anche uscire fuori di testa:  un po’ a causa della vita che è costretto a fare, un po’ per colpa della solitudine.
Così quest’uomo , giunto a Bucaletto molti anni fa, che per comodità chiamerò Totore, si aggirava per il quartiere, aspettando che il sole si addormentasse per fare anche lui lo stesso, nel suo prefabbricato decadente, dove non era mai entrato nessuno.
A Bucaletto non ci fai caso se uno lo vedi tutti i giorni oppure non lo vedi per un pò: ciascuno è occupato a perdere il tempo per i fatti suoi e non tutti si occupano di quello che succede in giro.
Non aveva amici che lo venissero a cercare, che so un parente, qualcosa.  Niente.
Dopo parecchi mesi, quelli del Comune fecero un controllo e mandarono un ufficiale a vedere se al prefabbricato di Totore rispondesse qualcuno. Probabilmente c'era da riscuotere qualcosa, forse qualche bolletta.
Una sera d’inverno dei ragazzini mezzi ubriachi, che avevano sentito che il prefabbricato era vuoto, pensarono bene che ci potevano stare un pò di tempo lì dentro a bersi qualche altra birra invece di stare fuori a gelare, e così tentarono di forzare la porta, tanto lì non c’era più nessuno. La porta però non si riusciva proprio ad aprire. La polvere dei lunghi mesi estivi aveva formato uno strato così solido che ne impediva l'apertura. Ma i ragazzi non si arresero e forzarono anche quello strato di polvere diventato come cemento.
Totore era lì, morto di solitudine e d’ incuria, e l'ultimo abbraccio lo aveva riservato a quei giornali che non si erano mai occupati di lui.
la notizia del ritrovamento di Totore fece immediatamente il giro del quartiere, finchè qualcuno chiamò Striscia la Notizia raccontando un fatto clamoroso: un povero emarginato era morto alla periferia di Potenza all'insaputa di tutta la collettività. Allora quelli della televisione  si presentarono qualche giorno dopo e fecero le riprese, e intervistarono pure qualcuno del quartiere, ma quella trasmissione non fu mai mandata in onda.

domenica 23 novembre 2014

La pioggia di cemento




Un aneddoto, chiedono quelli che non c'erano ancora e sono tanti, sono le nuove leve. 
E cosa gli dici che non è ancora stato detto dopo 34 anni?
Frughi nella memoria - quel poco che é rimasta- e trovi la storia di G., uno cresciuto a 68 e a Giorgio Gaber, anzi uno che un giorno mi disse: Ma tu lo conosci il "Dialogo tra un impegnato e un non so"? Io non sapevo nemmeno quello che stava dicendo. E quella sera delle lancette che si fermarono sull'orologio grande nella piazza, si trovava proprio li sotto mentre pioveva. 

Solo che non era la solita pioggia, era pioggia di mattoni e cemento e veniva giù dallo stesso cielo e non c'erano ombrelli per ripararsi da quella pioggia li. 
E la sua testa, piena di Gaber, Guccini, De André, non era troppo dura per fermare quella pioggia e ne fu colpita una, due, dieci, cento volte e finí li sotto come il fiume che tutto copre.
Ho visto anche uno zingaro felice, sotto quelle macerie di polvere e di morte e di orologi fermati come i nostri cuori. Il giorno dopo ci dissero che non ce l'aveva fatta, che la pioggia di cemento aveva portato via un altro ragazzo colpevole solo di aver preso il vicolo sbagliato. 

Il suo nome finì dentro un manifesto con la cornice nera intorno.
Stop con La locomotiva, stop con La canzone di Marinella.
Poi scoprimmo che era stato portato in elicottero in un ospedale fuori regione, quella testa si dimostrò più dura dell'Apocalisse che scendeva dal cielo plumbeo, lo operarono e lo ripescarono dall'inferno di quel vicolo dove cadde.
E oggi lo vedi ancora aggirarsi dalle parti di via Pretoria, che corre ancora come quella locomotiva che mi fece sentire negli anni della scuola.
Il suo cuore di zingaro felice si era rotolato per terra, ma il sapore della polvere lo ha sputato e sorride alla sua vita restituita.
E ancora oggi, quando passo dalla sua bottega fatta di carta, penso ancora a quella testa piena di musica e a tutte quelle note stampate li dentro, che forse gli hanno salvato la vita.