giovedì 9 luglio 2015

Scrivila Tu


Non basta sentirti emozionata leggendo le parole di un libro.
Non basta sentirti identificata con quello che ha usato la sua biro.
Non basta provare un fremito nel petto 
perché senti che ti mancano dello stesso rispetto.
Prendi la tua penna e lascia che esca quello che hai dentro.
Lascia che le parole fuggano via col vento.
Togli il freno a mano alla tua fantasia e lascia volare libera la tua poesia.
Ti condurrà per sentieri che a volte hai già provato 
ma che sono sconosciuti ai più: scrivila tu, scrivila tu, scrivila tu.
Non prendere a prestito le parole che qualcun altro ha scritto
rimuovi le macerie e non temere di entrare con te stessa in un conflitto.
E non dar retta a chi ti dice che non vale niente: 
la fantasia e l'amore albergano nel cuore di tutta la gente.
E non c'è nessuno che ti può rappresentare meglio, 
scava e non fermarti al primo mattone pensando che sia un appiglio.
Scrivila tu, con il tuo pugno, il tuo cuore e il tuo coraggio, 
e non avrai da temere alcuno sbaglio.
Ti condurrà per sentieri che a volte hai già provato 
ma che sono sconosciuti ai più: scrivila tu, scrivila tu, scrivila tu.
Alleluja.

lunedì 1 giugno 2015

Qualcuno dice del libro

E' sempre gradito leggere i pensieri di chi ha avuto il piacere di leggere. Grazie



Maria Teresa D'Aiuto : "La fervida immaginazione dell'autore non impedisce la concretezza del discorso portato avanti con tenacia. Solo apparentemente interrotto dalla suddivisione in racconti,malgrado il gioco stilistico dei colpi di scena,il testo lascia sempre affiorare il filo conduttore,che è la sfida alla prosaicità del mondo ;il sogno di un rinnovato rispetto per la terra,per la vita,per gli uomini,in un clima di semplicità ed onestà. La narrazione è volutamente lenta "come lento è chi si piega per accarezzare una margherita"(T.Guerra). Come chi scruta con attenzione ogni angolo ed ascolta ogni fruscio della natura per impadronirsene. Non stanca questa tecnica, anzi prende per mano il lettore per ritrovare assieme all'autore quel qualcosa di poetico, di musicale, nell'emozione di un ricordo di voci di amici e di profumi di terra, di salsedine, di vino. De Angelis è molto abile nel ricreare ambienti ed odori: colpisce l'atmosfera impregnata di legno vecchio dei banchi di scuola, intrisi di inchiostro e di grafite delle matite. In questi ambienti abilmente creati si muove un'umanità sofferente che pian piano sa riprendere a vivere con uno scatto di amor proprio. Qui è la fiducia che sottende tutto il volume. L'Autore sfida il dolore e crede nella capacità dell'umanità che anima il suo romanzo, tutta di notevole spessore psicologico. Uomini ed in particolare Donne, che hanno suggerito l'originale titolo: "quelle che vedono tanto più avanti", risolutrici di situazioni complesse ed anche drammatiche. Può venir voglia di rileggere il libro di De Angelis perché è scritto in modo agevole, piano, senza concessioni a civetterie culturali e perché è un guscio di emozioni. Qui, e non è poco, le donne sono trattate con stima e rispetto".

Angela Carissimi: Te l’ho mai detto che il tuo libro l’ho letto con molto, ma molto piacere? Mi è piaciuto. La tua scrittura l’ho trovata incantevole, semplice, fluida e coinvolgente… con una particolare capacità di narrare i fatti o descrivere luoghi associandoli ad altre situazioni che suscita interesse e induce a meditare. Altrettanto ho apprezzato la particolare abilità di inserire nella narrazione al posto giusto il pezzo musicale e il modo in cui riesci a trasmettere i tuoi desideri, i tuoi vissuti, i tuoi pensieri molto, ma molto profondi sui particolari valori... attraverso la descrizione dei personaggi che filtrano la scrittura ed emergono trasparenti. Le parole aleggiano e volteggiano nella mente del lettore. 

Chiara Lippolis: "Donne che spostano il traguardo" è per me un libro emozionante, autentico, intenso, scritto con il cuore, che tocca le corde più profonde dell'anima. Un libro che ha il dono di far riaffiorare, in chi lo legge, ricordi custoditi chissà dove, attraverso una danza leggiadra di immagini-fotografie, descrizioni di una natura selvaggia e incontaminata, o violentata dalla furia e follia dell'uomo, e di tanta buonissima musica. Un'antologia del complicato e talvolta inaccessibile universo femminile, delle difficoltà delle relazioni di qualunque tipo, ricca di umanità, tatto, delicatezza, sensibilità, pathos e di quei valori essenziali e primitivi, figli di ancestrali codici di comportamento di etica e di rispetto, oggi purtroppo sommersi dalla imperante volgarità dell'era della tecnologia e del silicone. Storie, che, sembra difficile a credersi, sono state partorite dalla mente dalla fantasia e dalla sensibilità di un uomo.Un libro scritto con apparente semplicità linguistica, ricercato ma senza inutili fronzoli di maniera, il cui stile piacevole e scorrevole crea un immediato feeling emotivo con il lettore, e che lo proietta con incredibile e ammirevole empatia, dentro ogni racconto. Insomma un libro che ha la capacità di farti sentire protagonista di almeno uno dei racconti narrati. Un libro scritto forse più per gli uomini, che insegna loro a non temere le donne, ma ad averne cura e rispetto, proprio come fa il suo autore.

martedì 12 maggio 2015

Man-tenere l'amore


L’amore non è un contatto fugace di sguardi
Spingendo un carrello nel supermercato
Alla cassa sei pieno di mille riguardi
Forse pensi: sono già innamorato.
Poi nel caffè le parole sembrano accordi
Suadenti le voci senza ricordi.

Man-tenere l’amore vuol dire tenerlo per mano
è come il vento che regge un aeroplano
è una cosa di piombo, di ferro e di acciaio 
una cosa grandiosa di cui non senti alcun peso
è un treno che esce fuori binario 
ma nessuno esprime un verdetto contrario.

Man-tenere l'amore è un arte per pochi
È un vuoto a perdere senza alcun reso
È un fatto di testa e di cuore ma senza più giochi
Man-tenere l’amore è un conto in sospeso.

Man-tenere l’amore vuol dire tenerlo per mano
è come il vento che fa cadere un aeroplano.
Nel caffè le parole sono diventate stonate
e le voci non sono più pronunciate.

giovedì 26 marzo 2015

Presentazioni di Donne che spostano il traguardo

PRESENTAZIONE 7 MARZO 2015

  
              

PRESENTAZIONE per BENEFICENZA ANT - POTENZA 28 MARZO 2015









SERVIZI TV

La Nuova tv Servizio di Carla Zita

TRM Network Servizio di Nico Basile

Servizio RAI TG3 Basilicata

martedì 24 marzo 2015

Booktrailer Donne che spostano il traguardo



Interpreti: Giusj D'Alfonso, Donata Manzolillo, Alice Verrastro, Elio Coluzzi.
Riprese e montaggio: Donato Colangelo-Lucania.tv. 
Musiche: Renanera.

Girato a Potenza in Contrada Cavaliere e presso Ristorante C'era Una Volta
Regia: Dino De Angelis



Donata Manzolillo

Giusj D'Alfonso
Alice Verrastro

mercoledì 4 marzo 2015

Fidarsi della fantasia


Ebbene si. Ci sono ricascato.
Va bene lo ammetto, me ne pento. Ma intanto l'ho fatto. E non si torna indietro. Non al punto in cui sono arrivato.
C'è un limite oltrepassato il quale, riavvolgere le lancette del tempo è impossibile.
E io quel limite l'ho passato.
Non ci riesco. E' più forte di me. Se vedo una cosa, o se sento una cosa, perfino se vivo una cosa che mi segna - non deve essere necessariamente qualcosa di eccezionale o di particolare, ma di sicuro mi deve dire qualcosa -, poi mi viene voglia di scriverla.
Di unirla ad altri frammenti scritti prima, o ad altri che verranno dopo.
E così nasce la dipendenza. Se son capace di uscirne? Si, credo di si. Dipende da quel che offre il mercato. La vita. Se abbia di meglio da fare che stare stupidamente ad osservare il mondo, oppure se concentrarmi su quello che dovrei fare io.
Ma intanto è diventata una cosa che a tratti non si può controllare.
Mi muovo con un taccuino con un elastico. No, non c'entra Hemingway, dai, non volevo dire quello. Non esageriamo adesso. Ma la memoria da tempo mi fa brutti scherzi, e allora la frego con la penna e la carta. A volte vorrei saper disegnare, cazzo. Invece niente: mi escono solo sgorbi. Non si capisce cosa volevo dire. Mi resta solo la parola per immortalare un pensiero su carta.
L'importante è che non siano pezzi di carta sparsi. Quelli fanno una brutta fine, lì in fondo alle tasche dei pantaloni. Ho provato anche a dar loro una dignità diversa, mettendoli nel portafogli. Cioè nel posto dove si tengono le cose importanti. Carte di credito, soldi, l'ultimo messaggio che mi ha scritto lei. Ma col tempo questi pezzetti di carta perdono di importanza, sovrastati dalle altre carte, mentre immortalate nell'agendina, non perdono mai valore, le ritrovo ogni volta che voglio. Ogni cosa deve stare al suo posto.
Dicevo? Si, che ci sono ricascato.
Non è un brutto vizio, alla fine. Mi fa stare bene, mi commuove perfino, a volte. Se spero che piaccia anche ad altri? Non importa. Purchè abbia regalato a me dei momenti intensi.
A cosa serve, in fondo vivere, senza vivere certi momenti?
E che importa che Alfonsina, Moran, Flaminia, Mary Louise, Sandro e la professoressa Magnani non esistano nella realtà?
Io posso dire che queste persone le ho conosciute, in un mondo di fantasia, forse, ma erano così reali da svegliarmi di notte e farmi alzare per andare a vedere come stavano, se tutto era a posto, oppure ancora lottavano con quella malinconia passeggera..
Scrivere è un'illusione, ma solo fino a un certo punto. Certe illusioni fanno più male della realtà, a volte.
E' proprio vero che non ci si può fidare nemmeno più della fantasia. E invece io ho scelto di farlo. E non mi è andata nemmeno così male.
Buonanotte a voi. E buonanotte a me.
In fondo esserci ricascato, non è stato poi così sbagliato.

martedì 3 marzo 2015

Il benefico Cerbero della musica italiana d'autore


E' un disco della maturità, del lavoro di squadra, della condivisione totale, della rinuncia al protagonismo smodato che caratterizza ogni campo del vivere quotidiano. In un mondo dove si parla di continuo di team work e di condivisione, questi tre menestrelli romani hanno accantonato l'egoismo e il primattorismo di esibirsi in solitaria per mettere a sistema le loro abilità di compositori, di esecutori, di poeti.
Ciascuno, con la propria sensibilità, ha messo il proprio 33% al servizio del progetto comune, ha accantonato l'egoismo di occupare il palco da solo, accontentandosi di una porzione di ciascuna canzone, ha rinunciato ad arrangiare il brano "alla sua maniera", secondo la propria anima musicale, e si è piegato al volere di una maggioranza resa perfetta dal numero dispari.
Ed è una lezione non solo musicale, ma di vita.Una lezione che ovviamente parte dalla musica, ma poi dà una carezza alla letteratura ("so immaginare una storia intera senza una sola parola vera"), si fidanza con la poesia ("L'amore non esiste, ma esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica, un abbraccio per proteggerci dal vento"), per annegare dentro il rock ("Vi presento il mio avversario, mi assomiglia più di un po', ha il mio identico frasario, ma lo spiazzerò"), per finire addirittura (è la sorpresa finale) dentro al cinema. Il rock si trova certamente dentro molti arrangiamenti, dentro le parole, perfino dentro l'interpretazione che contraddistingue in maniera singolare ciascuno dei tre componenti di questa band che ogni tanto gioca a ritrovar se stesso.

giovedì 26 febbraio 2015

Message in a bottle


Facile arrivarci? Nemmeno per sogno.
Circondati da grandi infrastrutture, una lunga autostrada da una parte che porta verso nord ovest e una lunga autostrada dall'altra parte che porta verso nord est, la regione è come imbalsamata dentro un imbuto di montagne, colline e mare. Come un misterioso pezzetto di carta dentro una bottiglia.
Al suo interno una superstrada la attraversa a metà come quando tagli la pizza prima di dividerla in quattro.
Così come la Basilicata è divisa in quattro pezzi, una specie di pizza geografica con tanti gusti. Come una capricciosa. Ma senza capricci.
Come tutte le cose buone, anche la Basilicata devi faticare per raggiungerla, non te la trovi "di strada".
Devi sapere di volerci andare, e devi mettere insieme un pò della tua volontà per venire a prenderla, assaggiarla, portartene con te un pezzo quando te ne allontani.
Il pezzo che ti porti via è una domanda che ti resta dentro e ti rimane lì come una scheggia piacevole che continua a solleticarti per settimane, mesi, finchè non senti - un giorno che stai facendo una cosa qualunque - il desiderio di ritornarci.
Quei paesaggi verdi, quei bianchi calanchi, quelle valli sterminate, quelle lingue di terra dai colori vivaci, quel mare cristallino e quei palazzi antichi dell'entroterra, stanno esercitando su di te un richiamo come le sirene di Ulisse.
Sei proprio tu quel viaggiatore alla ricerca di risposte, quel navigatore sorpreso da un mare che ti riporta a galla, come quel messaggio dentro la bottiglia che hai lasciato chiusa sul lungomare di Nova Siri, ed è allora ti chiedi come mai non l'hai aperta quella bottiglia, e non ne hai estratto quella carta ingiallita che poteva darti le risposte che cercavi su quella terra strana e misteriosa.
Che forse, se quella bottiglia l'avessi aperta, adesso in questa terra forse ci saresti rimasto un altro giorno. Un giorno che ti serviva a conoscerla meglio, a scoprire qualche altro dei suoi segreti.
Ma non è ancora troppo tardi. Non è troppo tardi per andare a ricercare quel messaggio nascosto nella bottiglia.
Potrà avere il colore azzurro del mare, perchè è rimasta lì sopra a lungo sospesa e cullata dalle onde.
Oppure il colore verde delle montagne che su quel mare si specchiano.
O forse avrà il colore marrone scuro degli occhi di quella ragazza che un giorno, a ristorante ti chiese se lo sapevi veramente, quel viaggio che stavi facendo, dove ti stava portando.
La troverai sempre qui. Non la ragazza, intendo. Si, certo, anche quella, se nel frattempo non è emigrata anche lei.
Secondo incrocio a destra, poi sempre dritto sulla 407, non ti puoi sbagliare.
Come a tagliare a metà una pizza capricciosa.

lunedì 26 gennaio 2015

Putenza è


Putenza è nu sole amaro, 
Putenza è n'addore d grano.
Putenza nun ten mill' color, 
Putenza ne tene un solo
Perchè i palazzi, i strar e gli uffic' 
sò dipint tutt d grig'.
Putenza ten nun sacc d' verde, 
ma niscun riesc' a vererl'
Ind au centro storico t puoi fà na camm'nata
ma i graffitar l'hann tutta mbrattara.
Putenza è a voce di vecchiariell 
che s'abbascia chian chian, 
perchè i giovan ca nun a' trovano vital 
se ne vann fuor e tornan sol' a Natal.
A Putenza nun a sann inda tutt u monn
nun a sann nemmen inda l'Italia
ca quann lu ciucc girava ntorn
ntavola si mettia un pò d vin e la zahaglia
ma si stava megli d mo ca gnè troppa gentaglia.
Putenza è nu sol amaro, 
Putenza è n'addor d gran.
Putenza ten nu color sol: 
quell di chi ha sbagliat a man.
Putenza è na carta sporca 
sia mezza a strada che sopa i mur
E sarebbe bello svegliarsi na matina 
e trovarla chiena di mill color.
Numporta che nun c sta u mar,
Putenza è bella anche si è mpò amar'.

lunedì 19 gennaio 2015

Putenza sott a nev



Era tanta temp ca nun n' facìa.
Verè Putenza sott'a nev
sembra nu paesagg' d fantasia
è nu spettacolo ca nun s' crer.
Tutt i macchin vann chiù chian
a signora sott'a bufera nun tant c' ver
ma c'è n'aria fresca ca ven da luntan,
si porta via i malatij, ma sol p' chi gn crer.
A' gent esce da ngasa un pò d men
nun s'a fira di camminà all'apper
ma queddi ca anna gi a fatià p forza
vann inda salumeria e s fann na stozza.
Putenza sott a nev sembra ca s riposa
è cum na principessa inda carrozza
si la vir da luntan sembra na bella sposa
manca sol u marit ca s' la porta ngasa.

giovedì 15 gennaio 2015

L'autobus per Santa Maria



Ndunetta mia, ma t'arrcord quedda strada lunga e stretta
ca facer'm tutti i giorn nanz e ndret
gn'era tanta gent ca gìa semp d fretta
giovan, massaje, prufssionist e prevt.
Quand venìa la sera, sembrava ca tutt s' f'rmava
a luc d'u sol s'abbasciava, e s'appicciava quedda dii local
nu gn'era crisi nè delinquent ca la minacciava
e s putìa camm'nà pur sott au temporal.
Pò nu brutt giorn ha chius a prima lattaria, 
qualcun disse che era p' na malattia
ma pò appress a quedda, parecchi ati negozi hann pers' a via.
Insomma Ndunetta bella, quedda strada ca sembrava sicura
mò è dvntara solitaria, fredda e scura.
Ma lu sai stanott chi m' sò sunnat: 
sembrava ca a prima matina passav' nu trerrot
ca purtava la frutta da San Giuann fin alla piazzetta,
gn'eran i signore ca accattavan nu chil d'arance e doj carot,
e mezz a strada era turnata a gent ca gn'era na vot,
in piazza qualcun uardava sopa 
e pensava a quedda sera quann l'ora s'era fermat.
Quant foss bell, Ndunetta mia, si foss ver
ca inda alla piazzetta s' turnass a venn u pesc e la nsalat
sarebb bell assai si tutt quest succ'ress diman e no aier.
E pò m so sunnat ca sò giut tutt quant vicin a statua d lu Prut'ttor
gn'era na fila ca arrivava fin a sott au Comun:
"San Gerard mij, falla passà st'aria triste e malandrina
e si gnè qualcun ca gn vol mal, portatell, e nun dì nient a nisciun
E fa ca Putenza nostra torna quedda ca era prima"
E' stà nu bel sogn Ndunetta mia, ma mò scennemm,
ca passa l'autobus p' gì a Santa Maria.


sabato 13 dicembre 2014

Come le maree



E' che ogni tanto ti imbatti in certe sculture meravigliose e perfette, disegnate dentro il profilo di due labbra.
In fondo cosa sono le labbra? Sono due risvolti in avanti. Una cosa che in anatomia sarebbe anche un'imperfezione, se posso dire così.
Nel guardare la scultura pensi che il mattino potrebbe stare su quello superiore e la sera su quello inferiore, e possono unirsi e dividersi come le maree.
E come le maree generare correnti benefiche come il passaggio di un fiume oppure rovine ancestrali come vulcani attivi.
Non parlano, non sorridono, non emettono alcun suono, ma a volte si avvicinano e poi si riallontanano: ecco come hanno inventato la magia.

mercoledì 10 dicembre 2014

Una storia di emarginazione


Vorrei tanto che questa storia fosse una storia inventata.  Vorrei che fosse stata concepita soltanto dalla nostra fantasia, e anche in questo caso avrebbe la funzione di insegnarci qualcosa.  Figuriamoci se fosse vera.
È una storia che trae origine dal luogo in cui è ambientata: il quartiere di Bucaletto alla periferia di Potenza. 
Una baraccopoli fatta di mille contraddizioni, in cui la povertà a volte si affianca all'illegalità.
Bucaletto fu creato per dare una dimora momentanea a chi, reduce dal terremoto, aveva perso la sua casa, ma oggi è diventato il posto dove tanti hanno  finito col crescere i propri bambini. Quei bambini di ieri sono diventati gli adulti di oggi, qualcuno di loro ancora si aggira senza lavoro e senza famiglia tra i vicoli del quartiere alla ricerca di un lavoro, ma prima ancora, di un contatto umano.
E  quei prefabbricati che sono ancora lì, tra il cielo nero e l'autostrada, ospitano ancora tanta gente che non sa cosa sia una casa "normale".
Certo c’è anche chi ha un lavoro e una famiglia, ma c’è ancora qualcuno che vive da solo e capita che, a volte,  possa anche uscire fuori di testa:  un po’ a causa della vita che è costretto a fare, un po’ per colpa della solitudine.
Così quest’uomo , giunto a Bucaletto molti anni fa, che per comodità chiamerò Totore, si aggirava per il quartiere, aspettando che il sole si addormentasse per fare anche lui lo stesso, nel suo prefabbricato decadente, dove non era mai entrato nessuno.
A Bucaletto non ci fai caso se uno lo vedi tutti i giorni oppure non lo vedi per un pò: ciascuno è occupato a perdere il tempo per i fatti suoi e non tutti si occupano di quello che succede in giro.
Non aveva amici che lo venissero a cercare, che so un parente, qualcosa.  Niente.
Dopo parecchi mesi, quelli del Comune fecero un controllo e mandarono un ufficiale a vedere se al prefabbricato di Totore rispondesse qualcuno. Probabilmente c'era da riscuotere qualcosa, forse qualche bolletta.
Una sera d’inverno dei ragazzini mezzi ubriachi, che avevano sentito che il prefabbricato era vuoto, pensarono bene che ci potevano stare un pò di tempo lì dentro a bersi qualche altra birra invece di stare fuori a gelare, e così tentarono di forzare la porta, tanto lì non c’era più nessuno. La porta però non si riusciva proprio ad aprire. La polvere dei lunghi mesi estivi aveva formato uno strato così solido che ne impediva l'apertura. Ma i ragazzi non si arresero e forzarono anche quello strato di polvere diventato come cemento.
Totore era lì, morto di solitudine e d’ incuria, e l'ultimo abbraccio lo aveva riservato a quei giornali che non si erano mai occupati di lui.
la notizia del ritrovamento di Totore fece immediatamente il giro del quartiere, finchè qualcuno chiamò Striscia la Notizia raccontando un fatto clamoroso: un povero emarginato era morto alla periferia di Potenza all'insaputa di tutta la collettività. Allora quelli della televisione  si presentarono qualche giorno dopo e fecero le riprese, e intervistarono pure qualcuno del quartiere, ma quella trasmissione non fu mai mandata in onda.