mercoledì 4 marzo 2015

Fidarsi della fantasia


Ebbene si. Ci sono ricascato.
Va bene lo ammetto, me ne pento. Ma intanto l'ho fatto. E non si torna indietro. Non al punto in cui sono arrivato.
C'è un limite oltrepassato il quale, riavvolgere le lancette del tempo è impossibile.
E io quel limite l'ho passato.
Non ci riesco. E' più forte di me. Se vedo una cosa, o se sento una cosa, perfino se vivo una cosa che mi segna - non deve essere necessariamente qualcosa di eccezionale o di particolare, ma di sicuro mi deve dire qualcosa -, poi mi viene voglia di scriverla.
Di unirla ad altri frammenti scritti prima, o ad altri che verranno dopo.
E così nasce la dipendenza. Se son capace di uscirne? Si, credo di si. Dipende da quel che offre il mercato. La vita. Se abbia di meglio da fare che stare stupidamente ad osservare il mondo, oppure se concentrarmi su quello che dovrei fare io.
Ma intanto è diventata una cosa che a tratti non si può controllare.
Mi muovo con un taccuino con un elastico. No, non c'entra Hemingway, dai, non volevo dire quello. Non esageriamo adesso. Ma la memoria da tempo mi fa brutti scherzi, e allora la frego con la penna e la carta. A volte vorrei saper disegnare, cazzo. Invece niente: mi escono solo sgorbi. Non si capisce cosa volevo dire. Mi resta solo la parola per immortalare un pensiero su carta.
L'importante è che non siano pezzi di carta sparsi. Quelli fanno una brutta fine, lì in fondo alle tasche dei pantaloni. Ho provato anche a dar loro una dignità diversa, mettendoli nel portafogli. Cioè nel posto dove si tengono le cose importanti. Carte di credito, soldi, l'ultimo messaggio che mi ha scritto lei. Ma col tempo questi pezzetti di carta perdono di importanza, sovrastati dalle altre carte, mentre immortalate nell'agendina, non perdono mai valore, le ritrovo ogni volta che voglio. Ogni cosa deve stare al suo posto.
Dicevo? Si, che ci sono ricascato.
Non è un brutto vizio, alla fine. Mi fa stare bene, mi commuove perfino, a volte. Se spero che piaccia anche ad altri? Non importa. Purchè abbia regalato a me dei momenti intensi.
A cosa serve, in fondo vivere, senza vivere certi momenti?
E che importa che Alfonsina, Moran, Flaminia, Mary Louise, Sandro e la professoressa Magnani non esistano nella realtà?
Io posso dire che queste persone le ho conosciute, in un mondo di fantasia, forse, ma erano così reali da svegliarmi di notte e farmi alzare per andare a vedere come stavano, se tutto era a posto, oppure ancora lottavano con quella malinconia passeggera..
Scrivere è un'illusione, ma solo fino a un certo punto. Certe illusioni fanno più male della realtà, a volte.
E' proprio vero che non ci si può fidare nemmeno più della fantasia. E invece io ho scelto di farlo. E non mi è andata nemmeno così male.
Buonanotte a voi. E buonanotte a me.
In fondo esserci ricascato, non è stato poi così sbagliato.

martedì 3 marzo 2015

Il benefico Cerbero della musica italiana d'autore


E' un disco della maturità, del lavoro di squadra, della condivisione totale, della rinuncia al protagonismo smodato che caratterizza ogni campo del vivere quotidiano. In un mondo dove si parla di continuo di team work e di condivisione, questi tre menestrelli romani hanno accantonato l'egoismo e il primattorismo di esibirsi in solitaria per mettere a sistema le loro abilità di compositori, di esecutori, di poeti.
Ciascuno, con la propria sensibilità, ha messo il proprio 33% al servizio del progetto comune, ha accantonato l'egoismo di occupare il palco da solo, accontentandosi di una porzione di ciascuna canzone, ha rinunciato ad arrangiare il brano "alla sua maniera", secondo la propria anima musicale, e si è piegato al volere di una maggioranza resa perfetta dal numero dispari.
Ed è una lezione non solo musicale, ma di vita.Una lezione che ovviamente parte dalla musica, ma poi dà una carezza alla letteratura ("so immaginare una storia intera senza una sola parola vera"), si fidanza con la poesia ("L'amore non esiste, ma esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica, un abbraccio per proteggerci dal vento"), per annegare dentro il rock ("Vi presento il mio avversario, mi assomiglia più di un po', ha il mio identico frasario, ma lo spiazzerò"), per finire addirittura (è la sorpresa finale) dentro al cinema. Il rock si trova certamente dentro molti arrangiamenti, dentro le parole, perfino dentro l'interpretazione che contraddistingue in maniera singolare ciascuno dei tre componenti di questa band che ogni tanto gioca a ritrovar se stesso.

giovedì 26 febbraio 2015

Message in a bottle


Facile arrivarci? Nemmeno per sogno.
Circondati da grandi infrastrutture, una lunga autostrada da una parte che porta verso nord ovest e una lunga autostrada dall'altra parte che porta verso nord est, la regione è come imbalsamata dentro un imbuto di montagne, colline e mare. Come un misterioso pezzetto di carta dentro una bottiglia.
Al suo interno una superstrada la attraversa a metà come quando tagli la pizza prima di dividerla in quattro.
Così come la Basilicata è divisa in quattro pezzi, una specie di pizza geografica con tanti gusti. Come una capricciosa. Ma senza capricci.
Come tutte le cose buone, anche la Basilicata devi faticare per raggiungerla, non te la trovi "di strada".
Devi sapere di volerci andare, e devi mettere insieme un pò della tua volontà per venire a prenderla, assaggiarla, portartene con te un pezzo quando te ne allontani.
Il pezzo che ti porti via è una domanda che ti resta dentro e ti rimane lì come una scheggia piacevole che continua a solleticarti per settimane, mesi, finchè non senti - un giorno che stai facendo una cosa qualunque - il desiderio di ritornarci.
Quei paesaggi verdi, quei bianchi calanchi, quelle valli sterminate, quelle lingue di terra dai colori vivaci, quel mare cristallino e quei palazzi antichi dell'entroterra, stanno esercitando su di te un richiamo come le sirene di Ulisse.
Sei proprio tu quel viaggiatore alla ricerca di risposte, quel navigatore sorpreso da un mare che ti riporta a galla, come quel messaggio dentro la bottiglia che hai lasciato chiusa sul lungomare di Nova Siri, ed è allora ti chiedi come mai non l'hai aperta quella bottiglia, e non ne hai estratto quella carta ingiallita che poteva darti le risposte che cercavi su quella terra strana e misteriosa.
Che forse, se quella bottiglia l'avessi aperta, adesso in questa terra forse ci saresti rimasto un altro giorno. Un giorno che ti serviva a conoscerla meglio, a scoprire qualche altro dei suoi segreti.
Ma non è ancora troppo tardi. Non è troppo tardi per andare a ricercare quel messaggio nascosto nella bottiglia.
Potrà avere il colore azzurro del mare, perchè è rimasta lì sopra a lungo sospesa e cullata dalle onde.
Oppure il colore verde delle montagne che su quel mare si specchiano.
O forse avrà il colore marrone scuro degli occhi di quella ragazza che un giorno, a ristorante ti chiese se lo sapevi veramente, quel viaggio che stavi facendo, dove ti stava portando.
La troverai sempre qui. Non la ragazza, intendo. Si, certo, anche quella, se nel frattempo non è emigrata anche lei.
Secondo incrocio a destra, poi sempre dritto sulla 407, non ti puoi sbagliare.
Come a tagliare a metà una pizza capricciosa.

lunedì 26 gennaio 2015

Putenza è


Putenza è nu sole amaro, 
Putenza è n'addore d grano.
Putenza nun ten mill' color, 
Putenza ne tene un solo
Perchè i palazzi, i strar e gli uffic' 
sò dipint tutt d grig'.
Putenza ten nun sacc d' verde, 
ma niscun riesc' a vererl'
Ind au centro storico t puoi fà na camm'nata
ma i graffitar l'hann tutta mbrattara.
Putenza è a voce di vecchiariell 
che s'abbascia chian chian, 
perchè i giovan ca nun a' trovano vital 
se ne vann fuor e tornan sol' a Natal.
A Putenza nun a sann inda tutt u monn
nun a sann nemmen inda l'Italia
ca quann lu ciucc girava ntorn
ntavola si mettia un pò d vin e la zahaglia
ma si stava megli d mo ca gnè troppa gentaglia.
Putenza è nu sol amaro, 
Putenza è n'addor d gran.
Putenza ten nu color sol: 
quell di chi ha sbagliat a man.
Putenza è na carta sporca 
sia mezza a strada che sopa i mur
E sarebbe bello svegliarsi na matina 
e trovarla chiena di mill color.
Numporta che nun c sta u mar,
Putenza è bella anche si è mpò amar'.

lunedì 19 gennaio 2015

Putenza sott a nev



Era tanta temp ca nun n' facìa.
Verè Putenza sott'a nev
sembra nu paesagg' d fantasia
è nu spettacolo ca nun s' crer.
Tutt i macchin vann chiù chian
a signora sott'a bufera nun tant c' ver
ma c'è n'aria fresca ca ven da luntan,
si porta via i malatij, ma sol p' chi gn crer.
A' gent esce da ngasa un pò d men
nun s'a fira di camminà all'apper
ma queddi ca anna gi a fatià p forza
vann inda salumeria e s fann na stozza.
Putenza sott a nev sembra ca s riposa
è cum na principessa inda carrozza
si la vir da luntan sembra na bella sposa
manca sol u marit ca s' la porta ngasa.

giovedì 15 gennaio 2015

L'autobus per Santa Maria



Ndunetta mia, ma t'arrcord quedda strada lunga e stretta
ca facer'm tutti i giorn nanz e ndret
gn'era tanta gent ca gìa semp d fretta
giovan, massaje, prufssionist e prevt.
Quand venìa la sera, sembrava ca tutt s' f'rmava
a luc d'u sol s'abbasciava, e s'appicciava quedda dii local
nu gn'era crisi nè delinquent ca la minacciava
e s putìa camm'nà pur sott au temporal.
Pò nu brutt giorn ha chius a prima lattaria, 
qualcun disse che era p' na malattia
ma pò appress a quedda, parecchi ati negozi hann pers' a via.
Insomma Ndunetta bella, quedda strada ca sembrava sicura
mò è dvntara solitaria, fredda e scura.
Ma lu sai stanott chi m' sò sunnat: 
sembrava ca a prima matina passav' nu trerrot
ca purtava la frutta da San Giuann fin alla piazzetta,
gn'eran i signore ca accattavan nu chil d'arance e doj carot,
e mezz a strada era turnata a gent ca gn'era na vot,
in piazza qualcun uardava sopa 
e pensava a quedda sera quann l'ora s'era fermat.
Quant foss bell, Ndunetta mia, si foss ver
ca inda alla piazzetta s' turnass a venn u pesc e la nsalat
sarebb bell assai si tutt quest succ'ress diman e no aier.
E pò m so sunnat ca sò giut tutt quant vicin a statua d lu Prut'ttor
gn'era na fila ca arrivava fin a sott au Comun:
"San Gerard mij, falla passà st'aria triste e malandrina
e si gnè qualcun ca gn vol mal, portatell, e nun dì nient a nisciun
E fa ca Putenza nostra torna quedda ca era prima"
E' stà nu bel sogn Ndunetta mia, ma mò scennemm,
ca passa l'autobus p' gì a Santa Maria.


sabato 13 dicembre 2014

Come le maree



E' che ogni tanto ti imbatti in certe sculture meravigliose e perfette, disegnate dentro il profilo di due labbra.
In fondo cosa sono le labbra? Sono due risvolti in avanti. Una cosa che in anatomia sarebbe anche un'imperfezione, se posso dire così.
Nel guardare la scultura pensi che il mattino potrebbe stare su quello superiore e la sera su quello inferiore, e possono unirsi e dividersi come le maree.
E come le maree generare correnti benefiche come il passaggio di un fiume oppure rovine ancestrali come vulcani attivi.
Non parlano, non sorridono, non emettono alcun suono, ma a volte si avvicinano e poi si riallontanano: ecco come hanno inventato la magia.

mercoledì 10 dicembre 2014

Una storia di emarginazione


Vorrei tanto che questa storia fosse una storia inventata.  Vorrei che fosse stata concepita soltanto dalla nostra fantasia, e anche in questo caso avrebbe la funzione di insegnarci qualcosa.  Figuriamoci se fosse vera.
È una storia che trae origine dal luogo in cui è ambientata: il quartiere di Bucaletto alla periferia di Potenza. 
Una baraccopoli fatta di mille contraddizioni, in cui la povertà a volte si affianca all'illegalità.
Bucaletto fu creato per dare una dimora momentanea a chi, reduce dal terremoto, aveva perso la sua casa, ma oggi è diventato il posto dove tanti hanno  finito col crescere i propri bambini. Quei bambini di ieri sono diventati gli adulti di oggi, qualcuno di loro ancora si aggira senza lavoro e senza famiglia tra i vicoli del quartiere alla ricerca di un lavoro, ma prima ancora, di un contatto umano.
E  quei prefabbricati che sono ancora lì, tra il cielo nero e l'autostrada, ospitano ancora tanta gente che non sa cosa sia una casa "normale".
Certo c’è anche chi ha un lavoro e una famiglia, ma c’è ancora qualcuno che vive da solo e capita che, a volte,  possa anche uscire fuori di testa:  un po’ a causa della vita che è costretto a fare, un po’ per colpa della solitudine.
Così quest’uomo , giunto a Bucaletto molti anni fa, che per comodità chiamerò Totore, si aggirava per il quartiere, aspettando che il sole si addormentasse per fare anche lui lo stesso, nel suo prefabbricato decadente, dove non era mai entrato nessuno.
A Bucaletto non ci fai caso se uno lo vedi tutti i giorni oppure non lo vedi per un pò: ciascuno è occupato a perdere il tempo per i fatti suoi e non tutti si occupano di quello che succede in giro.
Non aveva amici che lo venissero a cercare, che so un parente, qualcosa.  Niente.
Dopo parecchi mesi, quelli del Comune fecero un controllo e mandarono un ufficiale a vedere se al prefabbricato di Totore rispondesse qualcuno. Probabilmente c'era da riscuotere qualcosa, forse qualche bolletta.
Una sera d’inverno dei ragazzini mezzi ubriachi, che avevano sentito che il prefabbricato era vuoto, pensarono bene che ci potevano stare un pò di tempo lì dentro a bersi qualche altra birra invece di stare fuori a gelare, e così tentarono di forzare la porta, tanto lì non c’era più nessuno. La porta però non si riusciva proprio ad aprire. La polvere dei lunghi mesi estivi aveva formato uno strato così solido che ne impediva l'apertura. Ma i ragazzi non si arresero e forzarono anche quello strato di polvere diventato come cemento.
Totore era lì, morto di solitudine e d’ incuria, e l'ultimo abbraccio lo aveva riservato a quei giornali che non si erano mai occupati di lui.
la notizia del ritrovamento di Totore fece immediatamente il giro del quartiere, finchè qualcuno chiamò Striscia la Notizia raccontando un fatto clamoroso: un povero emarginato era morto alla periferia di Potenza all'insaputa di tutta la collettività. Allora quelli della televisione  si presentarono qualche giorno dopo e fecero le riprese, e intervistarono pure qualcuno del quartiere, ma quella trasmissione non fu mai mandata in onda.

domenica 23 novembre 2014

La pioggia di cemento




Un aneddoto, chiedono quelli che non c'erano ancora e sono tanti, sono le nuove leve. 
E cosa gli dici che non è ancora stato detto dopo 34 anni?
Frughi nella memoria - quel poco che é rimasta- e trovi la storia di G., uno cresciuto a 68 e a Giorgio Gaber, anzi uno che un giorno mi disse: Ma tu lo conosci il "Dialogo tra un impegnato e un non so"? Io non sapevo nemmeno quello che stava dicendo. E quella sera delle lancette che si fermarono sull'orologio grande nella piazza, si trovava proprio li sotto mentre pioveva. 

Solo che non era la solita pioggia, era pioggia di mattoni e cemento e veniva giù dallo stesso cielo e non c'erano ombrelli per ripararsi da quella pioggia li. 
E la sua testa, piena di Gaber, Guccini, De André, non era troppo dura per fermare quella pioggia e ne fu colpita una, due, dieci, cento volte e finí li sotto come il fiume che tutto copre.
Ho visto anche uno zingaro felice, sotto quelle macerie di polvere e di morte e di orologi fermati come i nostri cuori. Il giorno dopo ci dissero che non ce l'aveva fatta, che la pioggia di cemento aveva portato via un altro ragazzo colpevole solo di aver preso il vicolo sbagliato. 

Il suo nome finì dentro un manifesto con la cornice nera intorno.
Stop con La locomotiva, stop con La canzone di Marinella.
Poi scoprimmo che era stato portato in elicottero in un ospedale fuori regione, quella testa si dimostrò più dura dell'Apocalisse che scendeva dal cielo plumbeo, lo operarono e lo ripescarono dall'inferno di quel vicolo dove cadde.
E oggi lo vedi ancora aggirarsi dalle parti di via Pretoria, che corre ancora come quella locomotiva che mi fece sentire negli anni della scuola.
Il suo cuore di zingaro felice si era rotolato per terra, ma il sapore della polvere lo ha sputato e sorride alla sua vita restituita.
E ancora oggi, quando passo dalla sua bottega fatta di carta, penso ancora a quella testa piena di musica e a tutte quelle note stampate li dentro, che forse gli hanno salvato la vita.

giovedì 13 novembre 2014

La ballata del cameriere emigrante


E' una terra che si ama
solo quando ci si allontana
una terra che si odia
quando stai morendo di inedia

Non sei un genio ma nemmeno un assassino
stai fermo a rimirare il tuo cammino
e se vivi ancora con la tua famiglia
non è perchè di lavorare non ne hai voglia.

Hai provato dei concorsi
e dei colloqui di lavoro
ma hai ancora dei rimorsi
a lasciare questa terra senza futuro.

C'è tua madre ormai vecchietta
tuo padre se n'è andato senza disturbare
non puoi mettere in soffitta e dimenticare
chi ancora oggi ti dà da mangiare.

Hai ancora voglia di lottare, 
è un fatto generazionale,
ma è un sistema che dà chances
solamente ai loro fans,

Sei rimasto qui da solo
senza più orgoglio e senza decoro
non vedi altra soluzione
che partire verso un'altra direzione.

Non sei un loro estimatore
e mai lo diventerai
non hai una laurea da dottore:
il tuo futuro altrove lo cercherai.

Quella vecchietta capirà
anche se il suo cuore si spezzerà
a saperti distante e forse cameriere
dentro un ristorante senza ore.

Una terra che si ama
solo quando ci si allontana
una terra che si odia
quando stai morendo di inedia.

domenica 15 giugno 2014

L'uomo dell'ultimo passaggio


Antropologicamente, devo confessarlo, il lucano mi ha sempre interessato e incuriosito, specie quando è nato e residente nel capoluogo di regione.
Se dovessi trovare una definizione per spiegare l’homo potentinus, non esiterei a definirlo: in bilico. Che non è una brutta cosa, anzi.
Essì, poiché il potentino classico ha reinventato un suo personalissimo modo di essere, sempre a metà strada tra l’aria disinvolta del dandy e la professionalità dello yuppie, tra l'impegno professionale ed il fancazzismo quotidiano, continua ad essere, anche per gli studiosi più esigenti, una strana specie di individuo, solitamente non di facile classificazione.
Normalmente piuttosto ben vestito, ha uno sguardo imperscrutabile, da una parte rivolto verso il futuro e dall’altro verso la tradizione, che, sebbene da poco riscoperta, rappresenta per lui un’àncora dalla quale non può prescindere.
Le sue automobili sono sempre impeccabili. Costi quel che costi, il potentino deve (deve) avere la macchina che fa brutto.
Se papà i soldini non ce li ha, non importa, ci sono sempre le amicizie altolocate che gli vengono incontro per risolvere il problema.
Duemila di cilindrata, 150 cavalli, trazione posteriore, turbina a geometria variabile, assetto, ecc., non c’è potentino che si rispetti che non ne capisca di motori.
Le officine quando vedono i potentini che portano le loro macchine a fare i tagliandi si grattano le palle.
Non è sempre simpatico, l’homo potentinus.

venerdì 28 marzo 2014

Potenza e Matera come Giannini e la Melato


Se sono preoccupato per la nostra terra? Si, molto.
Partiamo dagli indicatori economici, tutti spietati nei confronti di una città che arretra paurosamente.
L'indice sulla qualità della vita emesso annualmente dal Sole 24 Ore retrocede la città di Potenza al
79° posto. A poche incollature più avanti, Matera, della quale forse sarebbe stato lecito attendersi qualche posizione più generosa. Ma anche uno stupido capirebbe che dopo tutto il rumore di
questi ultimi mesi attorno alla candidatura per "Capitale Europea della Cultura 2019" le posizioni della cugina materana sono destinate ad aumentare vorticosamente con le classifiche degli
anni a venire.
E intanto cosa succede a Potenza? Arretra in quasi tutte le statistiche.
Però la città ha, opportunamente, deciso di appoggiare questa candidatura.
Aveva scelta? Ovvero, sarebbe stato, ragionevolmente possibile decidere di non appoggiare la candidatura di Matera?
Dal 79 posto sarebbe scesa immediatamente al 200mo, ma non per qualità di vita, per stupidità.
E almeno questa se l'è risparmiata. E poi la cosa, obiettivamente, ha anche i suoi vantaggi.
Matera ha conquistato sul campo la leadership della cultura, del turismo, dell'ospitalità.
Potenza, che è sempre stata la città capoluogo, ha invece accentrato su di sè i servizi, le amministrazioni, il centro direzionale politico.
Quando penso a queste due città rivedo la locandina del film della Wertmuller: "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto". Dove c'è lei, la Melato, bella, di elevato rango sociale, sprezzante e altezzosa, che rappresenta la parte esteriormente "bella e impossibile" della nostra regione, cioè Matera. E poi c'è la parte un pò meno bella, rappresentata da Giancarlo Giannini nella parte di un marinaio, rude e un pò cialtrone, animato continuamente da una insopprimibile desiderio di rivalsa nei confronti della aristocratica contessa, che - per quanto riguarda la parte meramente rappresentativa - simboleggia Potenza.

sabato 23 novembre 2013

Una sera di novembre


Non eravamo pronti. Non si è mai pronti per una cosa così.
Ignari, felici di quel poco che avevamo, e anche di quello che non avevamo, ma che non costituiva un miraggio. E nemmeno un desiderio. Non ce l'avevamo e basta. Funzionava così.
Una cosa che non era alla nostra portata semplicemente non si poteva avere. Punto.
Chi se ne frega, c'era il basket, ed era un motivo sufficiente a tirare avanti.
Poi c'era il palazzetto Coni che non era solo un campo di gioco, era un luogo di incontro, di chiacchierate, di socializzazione, come si direbbe oggi.
Era molto di più di un semplice campo rettangolare (piuttosto piccolo, a pensarci oggi), dove correre dietro quella palla arancione che aveva ancora tutto un colore, con delle striature lungo il perimetro che la disegnavano come fossero degli spicchi di arancia.
Si, un'arancia, solo più grande, più tonda e pesante. E perfetta: avevamo imparato a maneggiarla con abilità, avevamo fatto numerosi esercizi di presa, di trattamento, di destrezza. E poi i fondamentali, le partenze, i passaggi e quel mix di incredibile scienza applicata allo sport che si chiama biomeccanica, tutto per far entrare quell'arancio sproporzionato dentro un anello, anch'esso di colore arancione.
Ma alla fine avevamo imparato, e anche bene, quando una cosa ti piace i miglioramenti che fai sono impressionanti, e alcuni di noi centravano quell'anello con apparente semplicità, facendo diventare facile qualcosa che ai non addetti ai lavori sembrava impossibile.
Così anche quella domenica eravamo lì. La domenica è giorno di partite. Novembre inoltrato, pieno girone d'andata, squadre ormai rodate perfettamente, meccanismi consolidati, la squadra si muoveva in sincrono come gli ingranaggi di un motore di una automobile. Con la mano non impegnata a palleggiare, un giocatore mostrava dei numeri e gli altri quattro eseguivano dei movimenti come un balletto, il tutto per arrivare a smarcare uno che potesse centrare quell'anello arancione lassù, utilizzando la sua tecnica e i principi che aveva imparato nei lunghi anni di allenamento. Pazzesco, si penserà.
Quella sera l'avversario di turno era il Campobasso. Vincemmo noi. Non era facile, ma vincemmo.
Poi c'era un'altra partita, dopo la nostra. Ovviamente vedemmo anche quella. Non ci bastava mai.
E poi, l'Apocalisse. All'inizio nessuno capì. Certo, quei lampioni che sbattevano contro il soffitto in modo assurdo e la tribuna che ballava sotto i piedi come un luna park non erano un bel segnale per stare tranquilli. Non eravamo alle giostre, ma dentro un palazzetto dello sport. E capimmo subito che c'era una sola cosa da fare in quei secondi pazzeschi: correre fuori.
Eravamo in tanti e ci precipitammo verso la piccola uscita che dava all'esterno. Topi in fuga, ammassati, impauriti, terrorizzati, alcuni meno forti cadevano travolti dalla corsa forsennata della massa verso la salvezza. Altri cercavano di fare da scudo umano per proteggerli, per impedire che venissero calpestati. Ma non c'è mai molto da fare contro l'irrazionalità, contro la paura della folla terrorizzata che cerca di mettersi in salvo.