mercoledì 2 marzo 2016

Se fossi storia


Se fossi storia non sarei la rivoluzione francese. Non vorrei essere né dalla parte della regina a cui hanno staccato la testa, e nemmeno dalla parte dei rivoluzionari, affamati, arrabbiati, sviliti e, di conseguenza, violenti. Ho una certa considerazione per Robespierre, per il suo rispetto delle classi sociali più deboli, per il tentativo di salvare la democrazia anche a costo di pagarla con il prezzo di migliaia di vite, ma non sarebbe in lui che mi identificherei se dovessi scegliere una pagina di storia.
Non sarei la prima, né tanto meno la seconda guerra mondiale. Difficile identificarsi con l’olocausto, pensaci un attimo. Anche se è stata una materia che ti è entrata dentro come il gas nelle narici degli ebrei, come fai a immaginare di poter essere parte di quella vicenda?
Le guerre, in particolar modo le guerre mondiali, sono tra quelle pagine nelle quali non importa da quale parte ti schieri. Hai perso sempre.
Se fossi storia non vorrei essere le Crociate, perché mi sanno troppo di guerre di religione, ed è il tipo di guerra che ho odiato di più. Mi sembrano guerre che, nascoste falsamente sotto il nome del proprio Dio, servono a mascherare altri interessi, e sono pagine di storia che non mi piacciono particolarmente, e non perché a scuola tutto ciò che devi studiare ti piace poco per definizione, ma proprio perché  l’uomo certe pagine non dovrebbe mai scrivere.
E invece quante ne ha scritte? Anche nei nostri giorni fanno le crociate, e anche lì c’è qualcosa sotto che non mi ha mai convinto.  Se ci pensi anche quelli dell’Isis fanno quello che facevano i rivoluzionari francesi. Tagliano le teste.
La storia, quella più triste e cupa dell’umanità, si ripete. Ma questo lo aveva già detto qualcun altro.
La verità è che se dovessi scegliere di essere storia, preferirei non essere e basta. L’uomo ha dimostrato a se stesso, nel corso dei millenni, di non sapere nemmeno come rapportarsi alla storia e pertanto, di fronte a questo dubbio, la storia la ripugno.
E se potessi scegliere quale storia essere ne prenderei una che non esiste nella realtà, ma che è stata creata apposta da qualcuno che se l’è dovuta inventare per rifuggire dall’orrore di quella vera.
Se fossi storia allora non avrei nessun dubbio. 
Sarei una storia di fantasia. 

mercoledì 17 febbraio 2016

Come dentro a un film – post recensione di C’era una volta in America



Era l'inizio del 1984, ero ancora abbastanza giovane da giocare a pallone con porte improvvisate, ma abbastanza vecchio da permettermi di apprezzare i buoni film. Allora c’era Minà che imperversava nella tv italiana e quella volta in un programma che mi sembra si chiamasse “Blitz”, fece una visita direttamente al back stage dell’ultima scena del film C’era una volta in America, il film che proprio oggi, 17 febbraio (1984) uscì nelle sale americane.
Ricordo ancora chiaramente che la troupe della Rai fu ammessa nella villa dove Sergio Leone girò l’ultima scena, quella nella quale De Niro, risalendo le scale per accedere al piano del senatore Bailey (James Woods), entrò dalla porta di servizio, ingrassato  di oltre 30 chili appositamente per girare determinate scene di quel film. L’attore americano non era nuovo ad esperienze del genere, perché per Toro Scatenato di Scorsese di appena pochi anni prima (che raccontava la storia di Jack La Motta, pugile italo americano), aveva realizzato sul suo fisico la stessa trasformazione.
Appena entrò De Niro in scena, Sergio Leone fermò la macchina e si concesse ad un intervista a Minà, per parlare del film più impegnativo di tutta la sua carriera, un film che aveva richiesto circa dieci anni di lavoro. Fino ad allora non amavo particolarmente Leone, poiché non apprezzavo abbastanza il suo cinema western, ma di C’era una volta in America, vuoi per l’ambientazione più vicina ai nostri tempi, vuoi per il cast obiettivamente stellare, ebbi subito un’impressione folgorante, tant’è che, appena arrivato in Italia, lo andai a vedere con la piena consapevolezza che sarebbe stato un capolavoro.
È  difficile che capiti una cosa del genere prima di vedere un film,  anzi quando le attese sono così elevate non di rado succede che esci dalla proiezione piuttosto deluso. La scena che attesi con maggiore trepidazione non era relativa alle scene di maggior thrilling, ma quella che, nelle interviste di Minà, venne descritta da De Niro e Leone come “la scena più violenta di tutto il film”.
Fui enormemente sorpreso nel constatare che la scena era una normalissima riunione nella quale i membri della band erano seduti attorno ad un tavolo a bere un caffè, e De Niro girava piano il suo cucchiaio nella tazzina per circa 30 secondi guardando negli occhi tutti i presenti. Nulla di più: non una parola, solo immagini. Lì per lì la cosa mi incuriosì e basta, e pensai che l’aver individuato in quelle sequenze apparentemente normali, un'atmosfera particolarmente carica di tensione, ci voleva effettivamente una bella dose di fantasia. Ma quando in sala si presentò la scena in cui l’attore americano girò il suo cucchiaino nella tazzina, con il rumore assordante del metallo contro la porcellana e la tensione che correva negli occhi di tutti i protagonisti della pellicola, beh, forse è stato in quel momento che ho capito come pochi secondi di film possono rimanerti impressi per tutta la vita.
E oggi, dopo 32 anni tondi tondi, sono ancora qui a ricordare, fotogramma per fotogramma e decibel per decibel, ogni singolo frammento di quelle inquadrature.
Nei giorni successivi andai in giro per Napoli (dove studiavo) a cercare il poster del film da cui ne feci un enorme quadro  che ancora oggi adorna la mia stanza, e soltanto molti anni dopo, attraverso una moderno sito di aste on line, sono entrato in possesso del libro dal quale Leone trasse ispirazione, un libro che non viene più stampato da anni e non di grande valore per la letteratura americana: “Mano armata” di Henry Grey.  
E a volte, inconsciamente, quando prendo il caffè e giro il cucchiaio nella tazzina, capita anche a me di guardarmi intorno, solo che non ci trovo né James Woods, né Tuesday Weld, né William Forsythe, ma mi sento ugualmente come se facessi anch’io una piccola parte dentro quel film.  Effetti di un cinema che non uscirà mai più dalle nostre vite.

mercoledì 3 febbraio 2016

Una città che gira a vuoto


Stamattina un cittadino mi chiede con evidente perplessità se sia vero o no che a Potenza ci sono le scale mobili più lunghe d’Europa, le seconde al mondo. Ma lo chiede con un’aria scettica, presagendo che sia uno scherzo. È come se nella domanda ci fosse già la risposta: non è vero, dai. Non può essere. Invece è tutto vero. Tremendamente vero. Infrastrutturalmente vero. Sproporzionatamente vero. Irrealisticamente vero. Oniricamente vero. 
Poi arrivano i dati di Legambiente, quelli che misurano le qualità della vita e dei servizi delle città italiane. Inevitabilmente bisogna dare uno sguardo alla nostra beneamata. Tra le varie insufficienze, un rilievo colpisce lo sguardo di chi legge. Più che un rilievo, una bocciatura, in realtà. La beneamata è tra gli ultimissimi posti nella speciale graduatoria relativa al tasso di motorizzazione auto. In pratica il dato mette in evidenza quante sono le automobili circolanti. Potenza ne ha 72 ogni cento abitanti. Cioè, esclusi anziani (che sono tantissimi) e minori, abbiamo un numero di autoveicoli circolanti davvero impressionante. Ciascuna famiglia ha l’auto per la città, quella per gli spostamenti medi, quella per i viaggi, un’auto a testa per i figli (se sono minori il macchinino, che non rientra nelle statistiche sopradette) poi l’auto con la roulotte per le vacanze estive, ma solo nei mesi di maggio e settembre, perché negli altri fa troppo caldo o troppo freddo. E lì bisogna prendere il SUV. Mi pare giusto. 
Trasporto pubblico. Negli anni scorsi abbiamo speso fino a 15 milioni all’anno per mantenere un servizio di trasporto pubblico che gli utenti non utilizzavano nemmeno gratis. Quando racconto questa cosa a degli amici di fuori, se sono seduti sobbalzano sulla sedia, se sono in piedi hanno qualche attimo di sbandamento. Devo sorreggerli altrimenti rischiano di cadere. Quando si sono riavuti, mi chiedono di ripetere,perché non sono certi di aver capito. Vuoi dire che il servizio non si paga e, nonostante ciò, non lo prende nessuno? Si, confermo, quasi nessuno. Corse con due, tre, massimo 5 passeggeri. 
Siamo noi il paese di Pulcinella. Paghiamo cifre incommensurabili per i trasporti, ma continuiamo ad acquistare macchine. L’auto è il mezzo di trasporto di gran lunga preferito dal potentino medio. Gli puoi fare le scale mobili che vanno sulla luna, ma lui dirà sempre: si, sono belle, ma si può parcheggiare vicino a qualche cratere centrale? Sai com’è. No, non lo so com’è. Spiegatemelo voi. 
Spiegatemi come mai se prendete l’autobus vi sentite degli sfigati, e se lasciate la macchina da qualche parte in periferia e usate le scale mobili non è poi così trendy. Spiegatemi il vizio di pagare dieci, cento volte di più per muoversi in città pur di usare la vostra stramaledetta auto. Spiegatemi perché non vi piace condividere il mezzo di trasporto con altri cittadini. Spiegatemi perché continuate ad essere lupi solitari nelle vostre berline lucidate, con i cerchi cromati e lo stereo che pompa a tutto volume tum tum peggio che al Basilikos. Spiegatemi perché se vi vedete la sera, fate un giro in macchina senza meta, solo per consumare benzina. Ah già, non c’è più tanto traffico. Poi vuoi mettere il fascino di girare Potenza by night? E poi il prezzo della benzina è sceso. 
Mi arrendo. Avete ragione voi. Come direbbe un regista famoso: Continuiamo così. Facciamoci del male.

venerdì 29 gennaio 2016

Fà che tu sia



Fá che tu sia la mezzanotte e il mezzodì. 
Perché non é il tempo a ricordare chi sarai, ma due lancette riunite in una sola.

mercoledì 27 gennaio 2016

Una diretta con Radiomondo dedicata a questo blog!


La bella chiacchierata con Radiomondo.fm 

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Quinnipak è un luogo dove chi vive o chi ci arriva ha una storia scritta addosso. Quinnipak è un luogo che invano cerchereste sulle carte geografiche. Eppure è là" (A. Baricco)
Qualcosa come a Quinnipak succede in qualche parte d'Italia. O forse nel mondo, non ho capito bene. Per un giorno quel luogo che non troveremo sulle cartine geografiche si trasforma in una radio. Ovvero continua ad essere un luogo che non è vero, perchè dove non si può vedere e non si può toccare nessuno ma si può solo ascoltare, non ha nulla di vero.
E in genere, quando si ascolta qualcosa, non si parla. Può sembrare strano, ma parlare interferisce con quell'altra cosa che stai facendo quando ascolti. Una cosa tipicamente umana, insomma.
Mai visti gli animali ascoltare e basta. In genere fanno qualche verso, mentre altri animali fanno altri versi. Oddio, anche molti umani fanno lo stesso.
Insomma, quello che volevo dire è che si verificano cose strane che accadono via etere.
Non ci serve sapere la spiegazione tecnica di cosa sia la propagazione via etere, ci basta sapere che bisogna stare lì e sentire. Si possono anche fare delle cose, intanto. Un caffè, ad esempio.
Alla fine qualcosa succederà, e potranno essere anche un sacco di cazzate, o forse, cose serie. Probabilmente nulla che ci interessi davvero.
Ma basterà che ci sia almeno una cosa, una soltanto, che ci colpirà la fantasia e che ci permetterà di esclamare, con un pizzico di sorpresa (nè meraviglia, nè stupore, ma solo sorpresa): "ah!".
Ecco, quella cosa lì potrebbe cambiarci qualcosa. Ascoltare. E poi : "Ah!". Nulla di più di questo.
A farcelo esclamare potrà essere una parola, una frase, o anche una musica.
Tutto il resto è una domenica mattina qualunque.
Ciao Max. E grazie. Dimenticavo: le cose verranno da sole.

sabato 23 gennaio 2016

I Daya: un lungo amore per il rock


Sembra un pò la storia del film Blues Brothers: due fratelli che, in nome di Dio, tentano di rimettere insieme i pezzi di una band scalcinata dopo decenni. Non so in nome di chi i Daya abbiano rimesso in piedi la loro band, ma l'operazione sembra perfettamente riuscita come quella di Jake e Elwood.
Massimo lo aveva annunciato presentando il live della serata: Vi spareremo due ore di energia pura. Nemmeno il tempo di applaudire e parte un’ondata rock di quelle che non ti aspetti.
La band produce note, sudore e lacrime ininterrottamente, staccando pochi secondi tra un pezzo e l’altro, giusto il tempo per il frontman di introdurre il brano successivo, e poi giù con Rolling Stones, Hendrix, Led Zeppelin, ZZ Top, AC/DC e chi più ne ha più ne metta. Inevitabile e doveroso anche un omaggio al duca bianco con Rebel Rebel, nella quale i ricordi del passato si mischiano con  quelli di un presente più vivo che mai in una fredda serata potentina riscaldata dal sound energico di questi quattro scatenati rockers.
Certo l’immagine del cantante si sposa poco con le irsute barbe rock dei texani o con il lunghi riccioli biondi di Robert Plant, forse rimanda più alla compostezza del look di un David Sylvian, ma la musica che esce dal gruppo ha per fortuna assai poco di composto.
I Daya sono un concentrato di energia che si è fidanzato con il rock ma di nascosto strizza l’occhio al blues, per cui  ogni tanto si lasciano andare alle classiche dodici battute, addirittura con tanto di ospitata. Cooptatacome pubblico per l’occasione quasi tutta la redazione della Gazzetta del Mezzogiorno cittadina, cosa tutt’altro che scontata, a dimostrazione di quanto affiatamento ci sia non solo dietro le scrivanie di piazza Mario Pagano tra i redattori del più importante giornale lucano.
Tra il festante pubblico, presenze importanti (ed anche ingombranti) della cultura e dello spettacolo potentino, che partecipa sempre con grande passione agli eventi locali.
Bella la scena in cui Tony Vece, professione fotoreporter, nel clamore assordante della musica pesante che si diffonde nell’aria, sposta la pancia delicata di Peppe Centola dal raggio d’azione delle casse, sotto gli occhi di Pete Townshend, venuto a Potenza nascosto nel maglione di Gianluigi Laguardia.
Due ore filate di note sparate dalle chitarre e dalla batteria dei Daya direttamente nelle orecchie dei numerosi partecipanti alla reunion del Cincillà che nemmeno un mezzo guasto all’amplificatore è riuscito a fermare, tra portate di cibi e fiumi di prosecco e birra.
Una bella serata di festa, allegria, musica e incontri trasversali tra generazioni: osservavo con Zio Matteo con un certo sollievo che non eravamo i più anziani della festa.
Però, caro Massimo, la prossima volta, “My generation” degli Who ce la dovete proprio fare, non fosse altro che per omaggio non solo alla memoria di una band che merita l’olimpo del rock di tutti i tempi, ma anche per significare una bella continuità musicale e di amicizia tra i componenti di una band di periferia che non si arrende alle minacce del tempo.
Adesso che ci avete solleticato con una serie di hit famose del rock internazionale, siamo pronti ad ascoltare anche un po’ del vostro repertorio, sì proprio quello nato a Rione Verderuolo. 
Magari senza aspettare altri trent’anni.
Alla prossima.

martedì 19 gennaio 2016

La mia religione è il rock


Ma che sta succedendo al rock? Quanti dispiaceri ci deve ancora regalare questa vita ingrata per privarci di coloro che hanno accompagnato molti dei nostri viaggi e delle nostre serate, rendendocele migliori?
In una notte stellata, tipo quella dipinta da Van Gogh, ci saluta un altro immenso protagonista del rock mondiale, Glenn Frey, anima e fondatore degli Eagles assieme a Don Henley.
Personaggio carismatico e a tratti dispotico, famoso per aver composto musiche che hanno accompagnato generazioni, assieme a quell'altro genio di Henley, una voce che pare scendere direttamente da un'altra dimensione. I due sono stati i veri padri-padroni della band, fino al punto da alimentare dissidi interni tali da rischiare di far cessare più volte la vita degli Eagles.  Ad esempio uno dei litigi più famosi della storia del rock, Glenn lo ebbe con Don Felder, uno dei due chitarristi che aveva fatto l'assolo di finale di Hotel California (l'altro era Joe Walsh), insomma non proprio uno qualsiasi.
Felder reclamava spesso di voler essere anche lui a cantare qualche canzone, ma Glenn gli negava categoricamente questa possibilità, dato che non c'era voce migliore di quella di Don per tutta una serie di hit della band. I malumori sfociarono durante un live a Long Beach nel 1980 (un concerto che poi fu chiamato: Long night in wrong beach), Glenn, verso la fine del concerto, a microfoni aperti disse a Felder che, una volta terminato il live, gli avrebbe spaccato il muso. Infatti, nei sotterranei dell'arena si assistette a scene di inseguimento e scazzottate a stento arginate dalla sorveglianza. La cosa bella è che queste scene erano fatte direttamente dai protagonisti e non dai fan!
Insomma una band che, a causa della forte personalità dei suoi protagonisti, attraversò parecchie inquietudini interne. Al punto che, dopo quella tourneè del 1980, ebbero una delle tante crisi di convivenza musicale gli stessi genitori della band, Glenn Frey e Don Henley, che non sopportavano più nemmeno di vivere nella stessa città e si trasferirono in due punti opposti degli States. Dovendo registrare il live di quella torneè (Eagles Live, appunto) il produttore fu costretto a raccogliere le registrazioni dei due artisti a distanza e spiegò in una intervista che: "la perfetta registrazione delle armonie vocali è stata gentilmente concessa dalla Federal Express".
Ma dopo qualche anno le aquile ripresero a volare e a confezionare ancora successi, sfociati nell'ottimo The Long Run, dove ripresero a suonare rock ballads e intonare cori alla loro maniera, come se avessero appena iniziato.
Nel 1998 ebbero il più alto riconoscimento della loro carriera, essendo inclusi nella Rock and Roll Hall of Fame. Durante la cerimonia, per la prima volta, suonarono insieme tutti i membri della band (perfino Meisner e Leadon che avevano fatto parte del primo periodo) e fu un momento di grandissimo pathos.
Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo in Italia un paio di estati fa, e proprio stanotte, alla notizia della scomparsa di Frey, ho inviato un messaggio ai miei compagni di merende musicali, ai quali ho scritto:"abbiamo fatto appena in tempo".
Quel tempo che invece mi è mancato per assistere ad un concerto di un altro che ci ha lasciato prematuramente qualche giorno fa e che aveva occhi di colore diverso ma una capacità di innovazione non solo nella musica che gli umani ricorderanno per tutto il loro percorso sul pianeta terra.
Non sono particolarmente credente di entità extraterrene, penso che se dovessi scegliere una religione sceglierei il rock, e se dovessi immaginarmi di qui a una cinquantina d'anni, forse mi vedrei con altri vecchietti rimbambiti a discutere di quale band abbia significato di più per noi umani.



lunedì 18 gennaio 2016

Eppure ci manca sempre qualcosa.



Non è quello che si pensa comunemente.
La bellezza non è perfezione dei lineamenti, e nemmeno dei movimenti, non è la lunghezza delle dita o delle gambe, non è un naso piccolo e ben disegnato.

La bellezza è il ragazzo che aiuta la donna anziana a portare la spesa a casa senza che nessuno gliel'abbia chiesto, e poi vedere il sorriso della donna, sorpresa e ammirata non solo per il gesto, ma perchè ormai non lo fa più  nessuno. E' uscire dalla porta con un inchino mentre lei vorrebbe offrirgli qualcosa per ricambiare la cortesia, ma lui risponde: magari un'altra volta, e così dicendo le fa una promessa implicita che se dovesse ricapitare, la aiuterebbe ancora.

La bellezza è il contadino che torna a casa la sera stremato di fatica e con la schiena a pezzi che trova la moglie che gli fa trovare l'impacco di acqua calda, alloro, arnica e coriandolo per alleviarne la fatica. E poi cenano assieme, in silenzio, perchè è nel silenzio che si dicono le cose migliori.

La bellezza la trovi nel sorriso di un anziano che, mentre stai litigando con la tua ragazza, ti guarda e poi fa segno al cielo, e ti sta dicendo con gli occhi di fare altrettanto e tu capisci in un momento che non serve prendersela con lei per qualche stupida ragione, che è importante sapere godere delle piccole cose come una giornata di sole dentro un inverno freddo. E allora ti fermi per un attimo da quella improbabile litigata, e poi viene da sorridere anche a te e finisce tutto lì, e ti senti sciocco per aver iniziato quella discussione. E la abbracci.

Ecco cos'è la bellezza.

La bellezza è una situazione perfetta, non un corpo perfetto.


mercoledì 13 gennaio 2016

Senza occhi e scheletri ammuffiti


Un giorno, tanto tempo fa, successe qualcosa che scosse molte coscienze. Qualcosa che rimane ancora appesa nell'armadio dei ricordi, là dove in genere conserviamo qualche scheletro ammuffito.
Quel ricordo fu alla base di una serie di riflessioni che alcuni cittadini sentirono il bisogno di condividere, e io ne trassi spunto per un metaforico racconto.
A distanza di anni il ricordo, gli scheletri e la rabbia sono sempre dentro quell'armadio. Attendono che qualcuno faccia pulizie, che li porti fuori da quella polvere, che torni a far loro respirare luce.
Già, luce. Una mia amica che curò la prefazione di quel romanzo, adottò proprio questo termine per significare un sacco di cose, alcune delle quali non fui in grado di capire in tutta la loro profondità. E forse non ne sono in grado neppure oggi.
"Senza occhi non si vede. Pure la luce si respira. Senza occhi lo sguardo è inanimato. Pure racconta di Sé. Senza occhi è averli chiusi, e messi in tasca. Ma, se chiudi occhi non vedrai. Se chiudi occhi è perché hai visto. Se chiudi occhi, il buio duella col giorno anche quando è notte, e perde.
Perdendo la sua compostezza, accetta la resa e abdica alla luce. La luce della verità. E della sua prepotente inevitabilità. Questa è una storia. E questa storia è una storia d’amore. La storia d’amore per la verità innamorata della luce. Non già dei presunti brandelli luminosi scovati e messi in scena per costruire il vero dei fatti e delle trame, ma, piuttosto, amante di quelle lievi carezze che le cose ti fanno per mostrarsi naturalmente reali e libere da improvvisati tranelli accomodanti; libere da quell’inganno che, incarnandosi nello sguardo scorretto, partorisce simulazioni e polvere.
Così, questa è la storia d’amore per la verità che, amando la libertà, non sa (e non può) fare senza.
Una storia che parla sottovoce, che imbarazza, che disarma e che commuove. Una storia che ha un’anima, e che ti acchiappa l’anima. Pagina dopo pagina, il fiato è trattenuto, gli umori mescolati, l’aria di famiglia innervata: merito del gioco artistico condotto da chi, come Dino, ha il pregio di saper con maestria, sensibilità ed eleganza stilistica, mescolare il mazzo, distribuire le carte, comporre e ricomporre un fascinoso puzzle che seduce, disvelando gradualmente, e direi sorprendentemente, l’orizzonte di senso, cuore, carne e sangue della narrazione.
Avvolta nelle pieghe di una vicenda sentimentale che si snoda e vive traversando, e superando il provincialismo dei luoghi e l’apatia di chi, indifferentemente, tace accettando, la trama interseca le trame, sfida la logica dispettosa delle temporalità e incrocia, ancora, la coppia protagonista: libertà e
verità si tengono per mano. Sempre. L’accesso all’una prevede l’incontro con l’altra: vicendevolmente, e strette in un disincantato girotondo alterno, disegnano percorsi frastagliati e traiettorie niente affatto stabili, invocano il tempo, inducono ad imitare il gambero e ad indietreggiare per tenere il punto, aprono al frequente colpo di scena, accendono i sensi, incrociano la vita, ed anche la morte. Quasi faticoso stargli dietro! Già, faticoso e pericoloso e rischioso.
Libertà e verità hanno un costo. Insostenibile quando l’animosità non è dotata dell’optional coraggio. Quel coraggio che fa i conti con i conti, e se ne infischia delle perdite di stime.
Dino ci provoca riuscendo nell’intento: ci guarda negli occhi e chiede ai nostri di tornare al loro posto. È una storia, questa, che si ama ad occhi chiusi".
Grazie, Angelica Iacovino.

VIDEO SERVIZIO RAI

domenica 3 gennaio 2016

Dai Palmenti a Palazzo Ducale.

Non sono molti i posti nei quali è possibile fare più cose completamente diverse tra loro.
Chi penserebbe mai che, ad esempio, su uno stesso insediamento, si può ballare, fare il vino e diverse altre manifestazioni artistiche, musicali, culturali? 
Ebbene, questo luogo sono i Palmenti di Pietragalla. Sono circa duecento (ma c’è chi dice che in passato erano molti di più, poi soppiantati per far posto ai soliti insediamenti civili chiamati abitazioni), nei quali si possono fare alcune di queste cose.
Fare il vino resta sicuramente quella principale. Oggi ci sono famiglie che ancora lo fanno lì. Ma anche se molti palmenti sono abbandonati, resta questo mirabolante esempio di architettura contadina lì, alla fine del paese e all’inizio di un tornante che fa un otto, proprio come quelle piste elettriche con tanto di modellino di macchinina da corsa con cui giocavamo da bambini.
Parlando con amici del posto ci spiegano mille segreti sul borgo. E sul vino, sono tutti concordi nell’affermare una verità che non troveremo da nessun libro di storia né di cultura locale: “il nostro vino è meglio dell’Aglianico”. Ora, non so se vi rendete conto di quello che state dicendo. State affermando – anche con una certa sfrontatezza, lasciatemelo dire – che il “vostro” vino, sì, proprio quello che si faceva (e ancora si fa) in queste costruzioni dai tetti arrotondati scavate nel tufo della campagna pietragallese, è migliore di uno dei più famosi ed apprezzati vini mondiali. 
Ripetono, senza alcuna possibilità di smentita, che è proprio così, che loro forse avranno pure sbagliato il marketing, il lancio e la promozione del prodotto, ma se parliamo di qualità del vino, beh, sono pronti a fare qualunque prova. E spiegano che certi vitigni hanno delle caratteristiche uniche ed irripetibili che fanno di quel vino un prodotto che non teme confronti.
Poi ci portano a vedere da vicino quelle che nel loro dialetto chiamano i Rutt (suppongo che la traduzione possa essere "le grotte" per via dell’ubicazione sotto la strada, ma potrebbe anche essere una deduzione priva di fondamento). Nei Rutt si custodiscono botti un tempo innaffiate da quel vino meraviglioso di cui sopra.
Questa è stata la seconda sorpresa (la prima erano stati, appunto, i palmenti).
Poi arriva la terza: un Palazzo Ducale che dire solo che è bello vuol dire prenderlo a schiaffi.
Avendo ciascuno di noi avuto modo di vedere altri due o tre posti nella vita, quando ti trovi di fronte al Palazzo Ducale di Pietragalla, prima di procedere a fare i confronti strutture che hai visto nel passato, ti viene in mente una cosa: che noi, da queste parti, la promozione delle nostre bellezze non la sappiamo fare. Una costruzione che risale al 1500, con una tale bellezza architettonica da far impallidire molte delle cose che ci sono rimaste impresse nella memoria, con la differenza che per ammirarle avevamo percorso centinaia – a volte migliaia - di chilometri, mentre questa perla sta a un tiro di schioppo da Potenza. Una costruzione che è, al tempo stesso, castello e dimora gentilizia, con due balconate sorrette da imponenti archi di pietra sulla parte anteriore e finestre bifore sulla parte interna che richiamano palazzi di una importanza artistica che sarebbe vano scomodare, per non rischiare di passare per folli campanilistici visionari. Eppure tant’è.
Gli amici ci spiegano poi, accompagnandoci step by step, che il borgo si snoda a partire da questo palazzo che fa da porta principale al paese, in un complicato intrigo di vicoli che formano una specie di raggiera, conducendo tutti verso il corso principale posto all’esterno del  palazzo. 
Una piccola Venezia che, anziché essere costruita sulla laguna, è stata fatta sul tufo. A proposito di tufo: le costruzioni erette su questa pietra particolare non hanno affatto risentito del sisma del 1980 (il Big Bang dell’edilizia regionale), dimostrando che il tufo resiste ai terremoti meglio della roccia . Un’altra di quelle verità che non ti saresti mai aspettato. Come quella del vino, insomma.
La cultura locale è ben viva e rappresentata, tra gli altri, da una compagnia teatrale che, con una professionalità da far invidia agli attori famosi, mette in scena il classico: "Natale in casa Cupiello". Visto il periodo sembra anche normale. Ma il pubblico che affolla una sala del Palazzo Ducale appositamente allestita da volenterosi cittadini come se fosse un piccolo teatro è talmente numeroso da “costringere” la compagnia a fare delle repliche non previste.
Quando si respira vita, cultura, partecipazione alla vita di un borgo, e voglia di condividere delle esperienze sociali, ecco cosa salta fuori.
Prendi un palazzo del 500, degli antichi insediamenti caratteristici, una comunità attiva e partecipe, delle persone di buona volontà, un pizzico di talento, spirito di sacrificio quanto basta, ed il mix è pronto. Ed è tremendamente contagioso. È così che nasce la cultura.
Grazie a Vito e Paola, a Giovanni, e a Gabriella.

Un piccolo video-omaggio al piccolo borgo lucano QUI



domenica 27 dicembre 2015

L' inderogabile importanza dell'uso della parola


Sono un appassionato di parole. Ne costruisco frasi, pensieri, a volte - se proprio mi riesce - ne faccio racconti.
Come molti, osservo il viaggio delle parole nel tempo e devo dire che non sono entusiasta di dove stanno andando, tutte così di corsa, quasi che non abbiamo più il tempo per soffermarci su ciascuna di esse, per conoscerle meglio.
La parola è il mezzo che usiamo per fare in modo che le immagini che abbiamo nella testa si possano trasformare in immagini nella testa di chi ci ascolta. Quell'immagine è esattamente quella che cambierà il nostro mondo, che ci arricchirà oppure ci impoverirà, a seconda dell'effetto manipolatore di chi ha pronunciato ha pronunciato quella parola per raggiungere l'effetto desiderato.
Ma l'operazione di capirsi esattamente per quello che si vuol dire è tutt'altro che semplice, perchè molte parole, durante il loro viaggio nel tempo, hanno perso il loro significato originario e alcune lo hanno modificato profondamente, fino a smarrirne i contorni, e tutto questo rende sempre più complicato comprendersi.
Forse per questo, quando abbiamo un lapis a nostra disposizione, alla parola detta preferiamo fare un disegno dell'immagine che abbiamo nella testa: così è più facile capirsi.
Prendiamo per esempio la parola "rottamazione": fino a qualche anno fa si faceva largo nella nostra testa l'immagine di una macchina vecchia e arrugginita, oggi ci viene in mente D'Alema.
Oppure l'espressione "missioni di pace". Qual è l'immagine che scatta quando sentiamo la parola: missioni? Una spedizione in Africa (sì, ci sono anche altri continenti, ma il missionario che ci viene in mente va sempre a prestare la propria opera in Africa). Ben difficilmente all'espressione suddetta ci vengono in mente aerei che lanciano bombe o innocenti che vengono uccisi, e questo produce nel nostro cervello dei veri e propri cortocircuiti.
Che sta succedendo?
Ci stanno cambiando le carte in tavola, e questi piccoli cambiamenti partono proprio dal sovvertire l'uso delle parole, ovvero il  mezzo più comune che abbiamo per comunicare efficacemente.
Partendo dalla scuola, dovremmo forse tornare a manipolare le parole, a fare esercizi di destrezza per poterle usare meglio, un pò come fanno i giocatori di calcio quando fanno gli esercizi al muro con la palla, colpendola in vari modi per acquisire maggiore capacità nel trattamento.
In fondo la palla per i giocatori ha la stessa funzione che ha la parola per comunicare: non a caso quando i giocatori eseguono una fitta rete di passaggi, i cronisti hanno inventato il termine: "fraseggio".
Ridare alle parole il significato esatto è una sfida da iniziare subito, se non vogliamo perdere completamente il controllo di ciò che succede intorno e restare vittime dei manipolatori delle parole (e delle immagini che si producono nel nostro cervello) capendo sempre di meno del mondo che ci circonda e che si allontana sempre di più dalla nostra esatta comprensione.
Termino con un VIDEO  che reputo incredibile e straordinariamente sintetico rispetto all'uso corretto delle parole. Dura appena 1'47" ma rende meglio di qualsiasi "parola" quanto sia importante (decisivo) saper usare la frase esatta nelle varie circostanze che la vita ci pone davanti.
Don Milani, uno che se ne intendeva, diceva che "ogni nuova parola che impariamo è un calcio in culo in meno da parte dei borghesi".
Hasta la revolucion de las palabras!

Potenza, #festadellaparola 27 e 28 dicembre 2015



domenica 20 dicembre 2015

La città svelata. Potenza, 19 dic. 2015 Teatro Stabile


La città svelata. Ma direi anche: la città più consapevole. I racconti che sono stati immessi in questa pubblicazione sono tutti sinceri e schietti come il vino che abbonda sulle nostre tavole. 
Quelli che ci hanno messo la penna non hanno fatto una operazione di puro amarcord in salsa malinconia. I racconti sono stati scritti senza fare sconti e hanno messo a nudo un luogo che, forse per la prima volta, si svela per tutto quello che è nella realtà, con tante luci ma anche tante contraddizioni, emergenze, interrogativi.
Chi ha scritto, ha raccontato a volte le memorie di luoghi smarriti o nascosti in una città che aspira a diventare grande, ma inciampando spesso lungo il cammino, forse per la troppa fretta.
Altri hanno raccontato di persone che sono invecchiate o che non ci sono più e che rivivono nella narrazione con una luce diversa perfino da quella che hanno conosciuto quando erano in vita. È il potere della sublimazione del racconto, che fatalmente altera il reale per circondarlo di una cornice d’oro. Questi sono i racconti che meglio interpretano il senso profondo del libro: quello che tende alla riscoperta di una città che non è più quella di un tempo e che, proprio per questa ragione, va svelata per significare com’era a chi non l’abbia vissuta, o per farla rimembrare ai tanti che l’hanno conosciuta e l’hanno accantonata nella soffitta dei loro ricordi.
Poi ci sono altri racconti che invece si proiettano in un’operazione più funambolica, di fantasia e di irrealtà, pur mantenendo ovviamente i contatti con luoghi e personaggi esistiti realmente.
Durante la serata di presentazione del libro qualcuno ha detto che un luogo, fortificato dal racconto, è meglio in grado di resistere. Resistere è una parola dura. Fa pensare ad un’invasione, ed alla conseguente necessità di doversi difendere, con ogni mezzo. Io che sono un visivo, mi immagino il fortino della città attaccato da mille forze che vorrebbero sopraffarla, e al suo interno uno stuolo di cittadini che si armano come possono per non farsi prendere, per tenere alto il baluardo della difesa, mettendo muri di parole addossate alle porte d’ingresso.
Poi ecco che si materializzano, con una chiarezza quasi ultraterrena, un paio di simboli veri della resistenza, al di là di ogni mia più fervida immaginazione.
Mentre percorro a piedi Santa Maria per recarmi all’appuntamento con La città svelata, passo accanto a due negozi situati sotto al livello della strada, di quelli che per arrivarci devi scendere tre o quattro gradini. 
Dalla strada vedo un bimbo, cinque o sei anni, non di più, attaccato ad un gigantesco bancone di vetro a chiedere al negoziante qualcosa: il segno tangibile, in una immagine sola, di quanto si possa resistere al cambiamento anche mandando il proprio piccolo a fare la spesa al negozio sotto casa. 
Il secondo simbolo della resistenza, a pochi metri di distanza dal primo, si trova all’interno di una macelleria. Non ho visto il proprietario, ma nel camminare piano, mi è risultata chiara la scritta da lui realizzata con il nastro adesivo nero sul muro dietro il bancone, che simboleggia un altro tipo di resistenza, quella dall’invasione dei grandi centri commerciali e dalle catene della Grande distribuzione. In questo negozio, anch’esso posto tre o quattro gradini sotto il livello della strada, il macellaio aveva realizzato una scritta indirizzata evidentemente alla sua clientela che diceva: “SE MI LASCI NON VALE”.
Ho trattenuto quell’immagine dentro ai miei occhi sorridendo mentre procedevo, e pensando dentro me: ecco cosa vuol dire resistere veramente.
Ed ho pensato anche che forse il nome stesso del teatro di questa città sta a simboleggiare un destino che dovremmo cercare di preservare con maggiore convinzione.

giovedì 17 dicembre 2015

Avversione per l'espressione: "in qualche modo"



Mi fanno specie tutte quelle forme di espressione usate e riusate che finiscono con il diventare abusate, ovvero si adottano anche quando non ce n'è alcun bisogno.
Un po' come i "cioè": non servono per dare un contenuto ad una frase, ma perché non ci vengono altre parole. E fin qui.
Ma l'espressione suddetta mi provoca un certo fastidio anche per un'altra ragione.
Perché puzza lontano un miglio di quello che reputo uno dei maggiori difetti del popolo italiano: l'approssimazione.
Fa proprio parte della nostra natura la necessità 
ineluttabile di far quadrare i conti anche quando non si trovano mai. Ecco perché abbiamo inventato questa espressione. 
"Sì, è vero, gli immigrati non li gradisce nessuno, ma in qualche modo li dobbiamo accogliere, mica possiamo lasciarli morire in mare".
"La riforma del lavoro non è perfetta, ma in qualche modo andava fatta".
Ma che cazzo vuol dire "in qualche modo"?
Puzza proprio di quell'arte del compromesso di cui l'italiano è maestro, ma non quella nobile nella quale si rende necessario trovare un punto di mediazione tra vari punti di vista tutti qualificati, no: si tenta di rendere digeribile qualcosa di profondamente indigesto.
"Non mi piace questa minestra, ma in qualche modo la devo mangiare".
Se non ti piace, lasciala. 
Non farti influenzare dalla necessità di farti andare bene anche le cose che non ti piacciono. 
Ecco come ci stanno fregando. Attraverso l'uso delle parole ci fanno andar bene anche quelle situazioni che - in qualche modo - non gradiamo.
Ed è entrata talmente nel linguaggio comune che la tiriamo in ballo anche se non c'entra niente, anche se stiamo parlando di qualsiasi cosa, perfino di cose che sono l'opposto dell'approssimazione stessa: la matematica. Ovvero, anche quando parliamo di cose - per così dire - oggettivamente esatte, usiamo l'espressione tipica dell'approssimazione, rendendo quella cosa non più rigorosa. L'abbiamo castrata con le nostre stesse mani. Pardon, parole.
Siamo diventati anche nel linguaggio uno specchio sbiadito a cui affidare la nostra immagine peggiore. Ma non era questa l'era della comunicazione?

E se lo dice anche Sofri...