giovedì 15 gennaio 2015

L'autobus per Santa Maria



Ndunetta mia, ma t'arrcord quedda strada lunga e stretta
ca facer'm tutti i giorn nanz e ndret
gn'era tanta gent ca gìa semp d fretta
giovan, massaje, prufssionist e prevt.
Quand venìa la sera, sembrava ca tutt s' f'rmava
a luc d'u sol s'abbasciava, e s'appicciava quedda dii local
nu gn'era crisi nè delinquent ca la minacciava
e s putìa camm'nà pur sott au temporal.
Pò nu brutt giorn ha chius a prima lattaria, 
qualcun disse che era p' na malattia
ma pò appress a quedda, parecchi ati negozi hann pers' a via.
Insomma Ndunetta bella, quedda strada ca sembrava sicura
mò è dvntara solitaria, fredda e scura.
Ma lu sai stanott chi m' sò sunnat: 
sembrava ca a prima matina passav' nu trerrot
ca purtava la frutta da San Giuann fin alla piazzetta,
gn'eran i signore ca accattavan nu chil d'arance e doj carot,
e mezz a strada era turnata a gent ca gn'era na vot,
in piazza qualcun uardava sopa 
e pensava a quedda sera quann l'ora s'era fermat.
Quant foss bell, Ndunetta mia, si foss ver
ca inda alla piazzetta s' turnass a venn u pesc e la nsalat
sarebb bell assai si tutt quest succ'ress diman e no aier.
E pò m so sunnat ca sò giut tutt quant vicin a statua d lu Prut'ttor
gn'era na fila ca arrivava fin a sott au Comun:
"San Gerard mij, falla passà st'aria triste e malandrina
e si gnè qualcun ca gn vol mal, portatell, e nun dì nient a nisciun
E fa ca Putenza nostra torna quedda ca era prima"
E' stà nu bel sogn Ndunetta mia, ma mò scennemm,
ca passa l'autobus p' gì a Santa Maria.


sabato 13 dicembre 2014

Come le maree



E' che ogni tanto ti imbatti in certe sculture meravigliose e perfette, disegnate dentro il profilo di due labbra.
In fondo cosa sono le labbra? Sono due risvolti in avanti. Una cosa che in anatomia sarebbe anche un'imperfezione, se posso dire così.
Nel guardare la scultura pensi che il mattino potrebbe stare su quello superiore e la sera su quello inferiore, e possono unirsi e dividersi come le maree.
E come le maree generare correnti benefiche come il passaggio di un fiume oppure rovine ancestrali come vulcani attivi.
Non parlano, non sorridono, non emettono alcun suono, ma a volte si avvicinano e poi si riallontanano: ecco come hanno inventato la magia.

mercoledì 10 dicembre 2014

Una storia di emarginazione


Vorrei tanto che questa storia fosse una storia inventata.  Vorrei che fosse stata concepita soltanto dalla nostra fantasia, e anche in questo caso avrebbe la funzione di insegnarci qualcosa.  Figuriamoci se fosse vera.
È una storia che trae origine dal luogo in cui è ambientata: il quartiere di Bucaletto alla periferia di Potenza. 
Una baraccopoli fatta di mille contraddizioni, in cui la povertà a volte si affianca all'illegalità.
Bucaletto fu creato per dare una dimora momentanea a chi, reduce dal terremoto, aveva perso la sua casa, ma oggi è diventato il posto dove tanti hanno  finito col crescere i propri bambini. Quei bambini di ieri sono diventati gli adulti di oggi, qualcuno di loro ancora si aggira senza lavoro e senza famiglia tra i vicoli del quartiere alla ricerca di un lavoro, ma prima ancora, di un contatto umano.
E  quei prefabbricati che sono ancora lì, tra il cielo nero e l'autostrada, ospitano ancora tanta gente che non sa cosa sia una casa "normale".
Certo c’è anche chi ha un lavoro e una famiglia, ma c’è ancora qualcuno che vive da solo e capita che, a volte,  possa anche uscire fuori di testa:  un po’ a causa della vita che è costretto a fare, un po’ per colpa della solitudine.
Così quest’uomo , giunto a Bucaletto molti anni fa, che per comodità chiamerò Totore, si aggirava per il quartiere, aspettando che il sole si addormentasse per fare anche lui lo stesso, nel suo prefabbricato decadente, dove non era mai entrato nessuno.
A Bucaletto non ci fai caso se uno lo vedi tutti i giorni oppure non lo vedi per un pò: ciascuno è occupato a perdere il tempo per i fatti suoi e non tutti si occupano di quello che succede in giro.
Non aveva amici che lo venissero a cercare, che so un parente, qualcosa.  Niente.
Dopo parecchi mesi, quelli del Comune fecero un controllo e mandarono un ufficiale a vedere se al prefabbricato di Totore rispondesse qualcuno. Probabilmente c'era da riscuotere qualcosa, forse qualche bolletta.
Una sera d’inverno dei ragazzini mezzi ubriachi, che avevano sentito che il prefabbricato era vuoto, pensarono bene che ci potevano stare un pò di tempo lì dentro a bersi qualche altra birra invece di stare fuori a gelare, e così tentarono di forzare la porta, tanto lì non c’era più nessuno. La porta però non si riusciva proprio ad aprire. La polvere dei lunghi mesi estivi aveva formato uno strato così solido che ne impediva l'apertura. Ma i ragazzi non si arresero e forzarono anche quello strato di polvere diventato come cemento.
Totore era lì, morto di solitudine e d’ incuria, e l'ultimo abbraccio lo aveva riservato a quei giornali che non si erano mai occupati di lui.
la notizia del ritrovamento di Totore fece immediatamente il giro del quartiere, finchè qualcuno chiamò Striscia la Notizia raccontando un fatto clamoroso: un povero emarginato era morto alla periferia di Potenza all'insaputa di tutta la collettività. Allora quelli della televisione  si presentarono qualche giorno dopo e fecero le riprese, e intervistarono pure qualcuno del quartiere, ma quella trasmissione non fu mai mandata in onda.

domenica 23 novembre 2014

La pioggia di cemento




Un aneddoto, chiedono quelli che non c'erano ancora e sono tanti, sono le nuove leve. 
E cosa gli dici che non è ancora stato detto dopo 34 anni?
Frughi nella memoria - quel poco che é rimasta- e trovi la storia di G., uno cresciuto a 68 e a Giorgio Gaber, anzi uno che un giorno mi disse: Ma tu lo conosci il "Dialogo tra un impegnato e un non so"? Io non sapevo nemmeno quello che stava dicendo. E quella sera delle lancette che si fermarono sull'orologio grande nella piazza, si trovava proprio li sotto mentre pioveva. 

Solo che non era la solita pioggia, era pioggia di mattoni e cemento e veniva giù dallo stesso cielo e non c'erano ombrelli per ripararsi da quella pioggia li. 
E la sua testa, piena di Gaber, Guccini, De André, non era troppo dura per fermare quella pioggia e ne fu colpita una, due, dieci, cento volte e finí li sotto come il fiume che tutto copre.
Ho visto anche uno zingaro felice, sotto quelle macerie di polvere e di morte e di orologi fermati come i nostri cuori. Il giorno dopo ci dissero che non ce l'aveva fatta, che la pioggia di cemento aveva portato via un altro ragazzo colpevole solo di aver preso il vicolo sbagliato. 

Il suo nome finì dentro un manifesto con la cornice nera intorno.
Stop con La locomotiva, stop con La canzone di Marinella.
Poi scoprimmo che era stato portato in elicottero in un ospedale fuori regione, quella testa si dimostrò più dura dell'Apocalisse che scendeva dal cielo plumbeo, lo operarono e lo ripescarono dall'inferno di quel vicolo dove cadde.
E oggi lo vedi ancora aggirarsi dalle parti di via Pretoria, che corre ancora come quella locomotiva che mi fece sentire negli anni della scuola.
Il suo cuore di zingaro felice si era rotolato per terra, ma il sapore della polvere lo ha sputato e sorride alla sua vita restituita.
E ancora oggi, quando passo dalla sua bottega fatta di carta, penso ancora a quella testa piena di musica e a tutte quelle note stampate li dentro, che forse gli hanno salvato la vita.

giovedì 13 novembre 2014

La ballata del cameriere emigrante


E' una terra che si ama
solo quando ci si allontana
una terra che si odia
quando stai morendo di inedia

Non sei un genio ma nemmeno un assassino
stai fermo a rimirare il tuo cammino
e se vivi ancora con la tua famiglia
non è perchè di lavorare non ne hai voglia.

Hai provato dei concorsi
e dei colloqui di lavoro
ma hai ancora dei rimorsi
a lasciare questa terra senza futuro.

C'è tua madre ormai vecchietta
tuo padre se n'è andato senza disturbare
non puoi mettere in soffitta e dimenticare
chi ancora oggi ti dà da mangiare.

Hai ancora voglia di lottare, 
è un fatto generazionale,
ma è un sistema che dà chances
solamente ai loro fans,

Sei rimasto qui da solo
senza più orgoglio e senza decoro
non vedi altra soluzione
che partire verso un'altra direzione.

Non sei un loro estimatore
e mai lo diventerai
non hai una laurea da dottore:
il tuo futuro altrove lo cercherai.

Quella vecchietta capirà
anche se il suo cuore si spezzerà
a saperti distante e forse cameriere
dentro un ristorante senza ore.

Una terra che si ama
solo quando ci si allontana
una terra che si odia
quando stai morendo di inedia.

domenica 15 giugno 2014

L'uomo dell'ultimo passaggio


Antropologicamente, devo confessarlo, il lucano mi ha sempre interessato e incuriosito, specie quando è nato e residente nel capoluogo di regione.
Se dovessi trovare una definizione per spiegare l’homo potentinus, non esiterei a definirlo: in bilico. Che non è una brutta cosa, anzi.
Essì, poiché il potentino classico ha reinventato un suo personalissimo modo di essere, sempre a metà strada tra l’aria disinvolta del dandy e la professionalità dello yuppie, tra l'impegno professionale ed il fancazzismo quotidiano, continua ad essere, anche per gli studiosi più esigenti, una strana specie di individuo, solitamente non di facile classificazione.
Normalmente piuttosto ben vestito, ha uno sguardo imperscrutabile, da una parte rivolto verso il futuro e dall’altro verso la tradizione, che, sebbene da poco riscoperta, rappresenta per lui un’àncora dalla quale non può prescindere.
Le sue automobili sono sempre impeccabili. Costi quel che costi, il potentino deve (deve) avere la macchina che fa brutto.
Se papà i soldini non ce li ha, non importa, ci sono sempre le amicizie altolocate che gli vengono incontro per risolvere il problema.
Duemila di cilindrata, 150 cavalli, trazione posteriore, turbina a geometria variabile, assetto, ecc., non c’è potentino che si rispetti che non ne capisca di motori.
Le officine quando vedono i potentini che portano le loro macchine a fare i tagliandi si grattano le palle.
Non è sempre simpatico, l’homo potentinus.

venerdì 28 marzo 2014

Potenza e Matera come Giannini e la Melato


Se sono preoccupato per la nostra terra? Si, molto.
Partiamo dagli indicatori economici, tutti spietati nei confronti di una città che arretra paurosamente.
L'indice sulla qualità della vita emesso annualmente dal Sole 24 Ore retrocede la città di Potenza al
79° posto. A poche incollature più avanti, Matera, della quale forse sarebbe stato lecito attendersi qualche posizione più generosa. Ma anche uno stupido capirebbe che dopo tutto il rumore di
questi ultimi mesi attorno alla candidatura per "Capitale Europea della Cultura 2019" le posizioni della cugina materana sono destinate ad aumentare vorticosamente con le classifiche degli
anni a venire.
E intanto cosa succede a Potenza? Arretra in quasi tutte le statistiche.
Però la città ha, opportunamente, deciso di appoggiare questa candidatura.
Aveva scelta? Ovvero, sarebbe stato, ragionevolmente possibile decidere di non appoggiare la candidatura di Matera?
Dal 79 posto sarebbe scesa immediatamente al 200mo, ma non per qualità di vita, per stupidità.
E almeno questa se l'è risparmiata. E poi la cosa, obiettivamente, ha anche i suoi vantaggi.
Matera ha conquistato sul campo la leadership della cultura, del turismo, dell'ospitalità.
Potenza, che è sempre stata la città capoluogo, ha invece accentrato su di sè i servizi, le amministrazioni, il centro direzionale politico.
Quando penso a queste due città rivedo la locandina del film della Wertmuller: "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto". Dove c'è lei, la Melato, bella, di elevato rango sociale, sprezzante e altezzosa, che rappresenta la parte esteriormente "bella e impossibile" della nostra regione, cioè Matera. E poi c'è la parte un pò meno bella, rappresentata da Giancarlo Giannini nella parte di un marinaio, rude e un pò cialtrone, animato continuamente da una insopprimibile desiderio di rivalsa nei confronti della aristocratica contessa, che - per quanto riguarda la parte meramente rappresentativa - simboleggia Potenza.

sabato 23 novembre 2013

Una sera di novembre


Non eravamo pronti. Non si è mai pronti per una cosa così.
Ignari, felici di quel poco che avevamo, e anche di quello che non avevamo, ma che non costituiva un miraggio. E nemmeno un desiderio. Non ce l'avevamo e basta. Funzionava così.
Una cosa che non era alla nostra portata semplicemente non si poteva avere. Punto.
Chi se ne frega, c'era il basket, ed era un motivo sufficiente a tirare avanti.
Poi c'era il palazzetto Coni che non era solo un campo di gioco, era un luogo di incontro, di chiacchierate, di socializzazione, come si direbbe oggi.
Era molto di più di un semplice campo rettangolare (piuttosto piccolo, a pensarci oggi), dove correre dietro quella palla arancione che aveva ancora tutto un colore, con delle striature lungo il perimetro che la disegnavano come fossero degli spicchi di arancia.
Si, un'arancia, solo più grande, più tonda e pesante. E perfetta: avevamo imparato a maneggiarla con abilità, avevamo fatto numerosi esercizi di presa, di trattamento, di destrezza. E poi i fondamentali, le partenze, i passaggi e quel mix di incredibile scienza applicata allo sport che si chiama biomeccanica, tutto per far entrare quell'arancio sproporzionato dentro un anello, anch'esso di colore arancione.
Ma alla fine avevamo imparato, e anche bene, quando una cosa ti piace i miglioramenti che fai sono impressionanti, e alcuni di noi centravano quell'anello con apparente semplicità, facendo diventare facile qualcosa che ai non addetti ai lavori sembrava impossibile.
Così anche quella domenica eravamo lì. La domenica è giorno di partite. Novembre inoltrato, pieno girone d'andata, squadre ormai rodate perfettamente, meccanismi consolidati, la squadra si muoveva in sincrono come gli ingranaggi di un motore di una automobile. Con la mano non impegnata a palleggiare, un giocatore mostrava dei numeri e gli altri quattro eseguivano dei movimenti come un balletto, il tutto per arrivare a smarcare uno che potesse centrare quell'anello arancione lassù, utilizzando la sua tecnica e i principi che aveva imparato nei lunghi anni di allenamento. Pazzesco, si penserà.
Quella sera l'avversario di turno era il Campobasso. Vincemmo noi. Non era facile, ma vincemmo.
Poi c'era un'altra partita, dopo la nostra. Ovviamente vedemmo anche quella. Non ci bastava mai.
E poi, l'Apocalisse. All'inizio nessuno capì. Certo, quei lampioni che sbattevano contro il soffitto in modo assurdo e la tribuna che ballava sotto i piedi come un luna park non erano un bel segnale per stare tranquilli. Non eravamo alle giostre, ma dentro un palazzetto dello sport. E capimmo subito che c'era una sola cosa da fare in quei secondi pazzeschi: correre fuori.
Eravamo in tanti e ci precipitammo verso la piccola uscita che dava all'esterno. Topi in fuga, ammassati, impauriti, terrorizzati, alcuni meno forti cadevano travolti dalla corsa forsennata della massa verso la salvezza. Altri cercavano di fare da scudo umano per proteggerli, per impedire che venissero calpestati. Ma non c'è mai molto da fare contro l'irrazionalità, contro la paura della folla terrorizzata che cerca di mettersi in salvo.


martedì 15 ottobre 2013

Il numero perfetto è quattro


So solo che quando partono la batteria e poi il contrabbasso e poi i primi accordi di piano di Dave Brubeck, poco prima che si innesti il sassofono che dà il riff di "Take five", mi immergo in un'altra dimensione.
So che se fai le cose fatte bene, non basta, c'è sempre chi le ha fatte o dice che le farà meglio.
So che quando dici qualcosa e sei certo di dire la verità, esce sempre un'altra verità alla quale non avevi pensato, oppure è solo un altro punto di vista.
Ma è bello saperlo accettare.
So di non avere tutti i punti di vista.
So che a metà pezzo, quando rimane per un pò solo la batteria, il contrabbasso e il piano di Dave Brubeck e il ritmo sembra finire, qualcosa mi manca, ma non riesco a capire bene cosa.
So che non è vero che la forma è forma e la sostanza sostanza, so che molte volte la forma è anche sostanza, ma spesso molti se lo scordano.
So che anche io me lo scordo, qualche volta.
So che questo rullante sincopato alternato al tocco leggero del piano presto dovrà finire o questa melodia potrebbe anche rischiare di lasciarmi in uno stato di perenne attesa.
So che molti lucani sono in un stato di perenne attesa.
Mi sembrano la batteria, il contrabbasso e il piano di Dave Brubeck.
So che molti non hanno coraggio, pur ostentandolo ai quattro venti, ma poi alla prova dei fatti si sciolgono come una pozzanghera di agosto, proprio quella pozzanghera che lo sanno tutti che alle prime piogge tornerà a riempirsi di nuovo e le macchine ci sbatteranno le ruote dentro nel passaggio, ma niente. L'acqua ritornerà a formarsi, magicamente.

venerdì 12 luglio 2013

L'allenatore e il ragazzo di quartiere


Un giorno un ragazzino di 13 anni entrò nel palazzetto CONI in una fredda serata di ottobre.Attraversò, emozionato e a piedi, il lungo ponte di Montereale, provenendo da quella che, in quel tempo, era ancora una periferia.
L'ingresso al palazzetto era di quelli che al ragazzino sembrava un tempio dello sport, anche se in realtà era poco più di una palestra.
Lui aveva giocato, fino a quel momento, solo nei playground dai salesiani con amici e la sua professoressa di matematica, sorella di un allenatore della città, gli aveva detto: "Ehi, mi hanno detto che giochi a pallacanestro, mio fratello è un allenatore: perchè non vai a provare anche tu?"
Il ragazzo aveva guardato i suoi due compagni di playground, ai quali era stato rivolto lo stesso invito. Veramente non si chiamavano ancora playground, ma più semplicemente: campetti. E quelli si erano stretti nelle spalle, come una risposta che forse voleva dire: "Ma si, in fondo che abbiamo da perdere?"
E così i tre ragazzi affrontano il lungo cammino a piedi che da Rione Risorgimento li portava lungo Via Mazzini e, appunto, al palazzetto CONI.
L'allenatore somigliava un pò a Frank Sinatra, solo che non cantava, anzi sembrava rigido e serioso, e la prima disposizione che diede a tutti era di mettersi in ordine di altezza, ma quel giorno era senza voce e doveva spiegarsi a gesti, disegnando con le mani nell'aria una linea in diagonale che tutti i ragazzi erano chiamati a rispettare.
Era affiancato da uno dei suoi giocatori di punta della prima squadra, che lo aiutava a mettere ordine, come in quel momento, o a dare qualche consiglio. Una specie di assistente, insomma.
Il ragazzo però, emozionato come mai gli era capitato prima, non capì bene le indicazioni, e sbagliò il posto dove mettersi, rompendo la riga perfetta che tutti gli altri avevano osservato con cura.
L'allenatore consultò qualcosa su dei foglietti, quello che faceva da assistente intanto guardò la fila e vide questo ragazzo che era proprio fuori posto e lo guardò male, e fece degli strani segni con gli occhi perchè non voleva disturbare quella specie di rito strano che si stava consumando. C'era una tensione incredibile a cui nessuno dei presenti era abituato perchè l'allenatore stava per impartire i primi "comandamenti".

venerdì 24 maggio 2013

Bruce Springsteen, Napoli, 23 maggio 2013




Piazza del Plebiscito è già in trepidante attesa da ore e ore prima delle 20, ora fissata per l’inizio della magìa.
La gente, consapevole delle previsioni del tempo, sta spesso con gli occhi alle nuvole minacciose, cercando, con lo sguardo della speranza, di allontanare la minaccia.
Sul selciato della piazza l’attesa è paziente: un concerto del Boss si aspetta sempre sapendo di essere, tutti insieme, protagonisti di un evento.
Poi, d’improvviso, alle 18 esce, a sorpresa, lui e la chitarra, senza fronzoli, senza farsi annunciare da nessuno, come un operaio qualsiasi che fa gli ultimi aggiustamenti sul palco, solo che questo operaio ha la chitarra e l’armonica, e comincia a cantare This hard land.
Appena la chitarra accenna le prime note, la piazza ha un sussulto in avanti, si sposta quasi a cercare un avvicinamento al palco, un po’ incredula di vederlo lì, da solo.
La terra dura inizia ad essere più leggera e a riempirsi di attesa, poi parte la seconda “Growing up”, al termine della quale finisce il più bell’antipasto che si potesse immaginare, Springsteen saluta con un “Tutto Bene”, ma sembra già di stare in Paradiso.
La gente adesso può ritornare a combattere le nuvole con gli occhi.
Alle 20,20 escono Nils Lofgren, Charlie Giordano e Roy Bittan con le fisarmoniche per regalare a Napoli: “O sole mio”, lui va a prendersi dal pubblico un cartello a forma di sole, e subito dopo attacca tutta la band con Long Way Home: il concerto è appena iniziato e già pare di stare in un sogno.
Come sempre nei suoi live, è l’energia a farla da padrone e, quasi senza soluzione di continuità, ecco le altre meravigliose perle alla collana musicale che l’artista sta cucendo: My love will not let you down, Out in the street e Hungry heart, per poi arrivare al blocco “standard” del tour, quello con le canzoni dall’ultimo Wrecking ball.
Le inquadrature dei giganteschi monitor laterali evidenziano, uno ad uno, tutti i componenti di questa leggendaria band, soffermandosi spesso sull’alter ego del Boss, quel Little Steven che lo affianca sul palco da decenni, un piccolo Buddha con la bandana e la chitarra.
Il Boss è già padrone di Napoli: potrebbe chiedere qualsiasi cosa ai 20 mila del Plebiscito e loro eseguirebbero senza esitare un secondo, rispondendo, come magnetizzati, dal cenno della sua mano che li invita a sottolineare con la loro voce i passaggi delle canzoni.
Bruce non stacca mai la spina tra un pezzo e l’altro, sembra non voler mai interrompere questa magìa, e solo le parole “one, two,three, four”, segnano il passaggio da un pezzo all’altro, ribadendo un feeling con i musicisti che si è perfezionato da anni di palcoscenico e migliaia di concerti.
Non è un concerto solo di chi sta sul palco, è un concerto di tutta la piazza, sono lì ammassati ai suoi piedi i protagonisti delle sue canzoni.

sabato 2 giugno 2012

Memorie di una vecchia signora

Una vecchia signora deve sempre rendersi presentabile.
Specie quando passano gli anni – e nel mio caso ne sono passati tanti – il mio aspetto deve essere sempre impeccabile, da nobildonna quale sono.
Di sicuro non posso dire che i tanti uomini che mi hanno accompagnata in questi lunghi decenni mi hanno aiutato molto ad apparire particolarmente affascinante e attraente.
Ecco, attraente: un aggettivo che adesso usano in tanti per e come dovrebbe essere una signora che ha conosciuto i fasti che ho conosciuto io. Una volta lo ero davvero, avevo il mio appeal, il mio fascino, visto come ero considerata da tutti, cittadini locali e forestieri che in massa venivano a farmi visita, incuranti di un clima che con questa città non è mai stato clemente. Eppure le visite nelle mie strade, nei miei vicoli e nelle piazze, erano numerose e continue.
Poi è successo qualcosa. Sono improvvisamente diventata brutta e poco accogliente.
Eppure ho sempre mantenuto i miei modi di fare da brava signora di una volta, bene educata e rispettosa. Sarà che porto addosso tutti i segni del tempo e le persone non mi trovano più così bella come ero prima.
Ricordo ancora quanto erano caratteristiche le mie porte d’accesso, ce ne erano diverse, ben sei, i cittadini di Potenza che venivano dalla periferia dovevano attraversarle per venirmi a visitare. Erano così maestose e sapevano di antico e misterioso. Adesso ce ne sono rimaste solo tre, per fortuna almeno quelle me le hanno lasciate.
La periferia, dicevo. Adesso il centro si è allargato, non è più confinato dalle porte, si è aperto verso i quartieri – oddio che parola strana, ai miei tempi – i quartieri.
Allora esisteva solo il quartiere centrale, i rioni periferici non esistevano, al di fuori delle mie porte d’accesso c’era campagna: la città ero io.
Quanti hanno cercato di cambiare il mio aspetto in tutti questi lunghi anni, a partire dall’inizio del secolo…. Ops, se dico le date si rivela la mia età… ma cosa importa, in fondo chi mi ha amato per com’ero continuerà ancora a farlo, nonostante i segni inevitabili del tempo e tutto ciò che ho dovuto subire.
Ricordo com’era gentile quell’ingegnere napoletano, Stanislao De Mata, mi sembra si chiamasse, certo che quando incontri i napoletani veri, sono dei veri galantuomini. Stanislao aveva presentato nel lontano 1914 un progetto per allargare e migliorare tutte le strade del centro: che idea meravigliosa. Ma già allora la classe imprenditoriale locale, miope e gelosa, ne impedì l’esecuzione. Che egoisti! Avrei voluto vedere se si trattava delle loro mogli se avessero ugualmente impedito un’operazione che avrebbe apportato solo benefici.

lunedì 10 ottobre 2011

U spazzin


Nu spazzin pulisc u marciapiede
quann u sol ancora nun è asciut
po’ avza l’uocchi pè verè che temp fa
pur stammattin a giurnata è nuvolosa
adda fa solo subbit a finì di faticà

Vuò vrè ca pur oggi è na giurnata malament
Amma piglià u mbrell n’ata vota
E amma camminà cu l’uocchj nterra
Senza nisciun ca si vota pè salutà

Ormai u mal tiemp nun ci cagna nemmeno l'umore
u ciel è u stess dall'inizio d'a settimana
giust ogni tant esce un po' di sole e qualche auciedd
allora ci incuntramm cu l'amici inda cuntana
a parlà di cose ca non ci fann né cavr e né fredd
tant u sapemm ca nun gnè mai niscun ca ci dà na mana

Vuò vrè ca pur oggi è na giurnata malament
Amma piglià u mbrell n’ata vota
E amma camminà cu l’uocchj nterra
chian chian sta città l'amma pul'zzà

 Amm voglia d parlà, tant sol quest sapemm fa
intant i signori ca stann inda la  piazza du comun
fann solo progett d' strade e cement in quantità
noi u sapemm ca tant nun pensan a nisciun
e allora guardamm u ciel ca mang oggi se vol arricurdà.

Vuò vrè ca pur ogg è na giurnata malament
amma piglià nu mbrell n'ata vota
E amma camm'nà cu l'uocchj nderra
c'è n'ata carta ca amma gì a devà

giovedì 22 settembre 2011

Turismo lucano


Ritengo che in Italia manchi un pensiero organico sul turismo, con le radici nello specifico della cultura ospitale del nostro paese.
Eppure l’industria dell’ospitalità è variegata e multisfaccettata, contempla soluzioni che vanno dalla ricettività tradizionale a quella specifica, di nicchia, per appassionati e cultori di differenti tipologie di offerta.
Per tutta risposta, le Università di turismo non se ne occupano, se non in minima parte e soprattutto facendo riferimento a vecchi e stantii modelli teorici, preferendo in gran parte di importare e divulgare pensieri e teorie nati altrove, di norma nei paesi anglosassoni.
Gli operatori economici, presi da urgenze e problemi quotidiani e concreti, faticano a elaborare visioni più complessive, e anche laddove fossero in grado di strutturare progettazioni strategiche, sarebbero comunque sconfitti dall’inevitabile logica “one-to-one”, che nel turismo equivale ad una partita persa in partenza.
Da qualche anno si sente parlare finalmente di reti, ma sono ancora pochissimi quelli che ci spiegano come realizzarle concretamente a quali obblighi ciascun attore deve sottostare per ricavarne quali tipi di vantaggi.
Per le governance locali vale grosso modo lo stesso approccio: assillati continuamente da problemi di bilancio, dovendo fronteggiare questioni immediate ed urgenti, perdono di vista visioni strategiche complesse e la parola programmazione non si riempie mai di contenuti concreti, limitandosi nella stragrande maggioranza dei casi, alle mere enunciazioni.
Gli stessi partiti politici tradizionalmente sottovalutano il turismo o lo affrontano a intermittenza, non essendo composti da tecnici specialisti, ma per lo più da arraffazzonati faccendieri che nulla hanno del manager o del problem solving, ma sono preoccupati per lo più di mantenere saldamente il posto conquistato, ripartendo oculatamente ruoli di potere a subalterni che ne possono garantire la permanenza personale, piuttosto che pensare a come migliorare le economie di scala attraverso un efficiente sistema di management turistico culturale.
Se si esclude il giudizio degli addetti ai lavori, il nostro settore è perlopiù considerato “marginale”, confinato dai media nelle pagine di cronaca estiva, e circondato da pregiudizi.